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lunedì, 14 aprile 2008

Dissertazione su Nietzsche

Mosè Cometta, 4C


Dissertazione su Nietzsche

Una possibile interpretazione marxista


NeM



















Indice

Introduzione 2

Alcuni fraintendimenti sulle idee di Nietzsche 2

La nobiltà 2

L'esaltazione della distruzione 3

Il super-uomo e l'uomo nuovo 5

Cime di montagna raggiungibili da tutti? 6

Il grande meriggio 7

Una società marxista composta da super-uomini 8

Bibliografia 9


Introduzione

Il tema della ricerca filosofica, che astrae il mondo materiale per esplorarlo in tutte le sue dimensioni e forme, mi ha sempre affascinato.

Poter capire ciò che ci circonda attraverso la nostra mente e concepire un proprio universo in continua evoluzione, in cui ogni cosa è in relazione costante con tutte le altre è forse l'attività più impegnativa e più appagante che la mente umana possa concepire, al pari dell'esplorazione degli antri più bui della propria persona e del proprio subconscio.

Esplorazione, questo e non solo è la filosofia.

Il pensiero di Nietzsche è stato il mio primo “battesimo” veramente filosofico, che ho subito accostato alla mia identità marxista trovando che entrambe le teorie coincidevano perfettamente nella mia mente. Tuttavia, ho notato che spesso queste due correnti di pensiero vengono viste come agli antipodi. Non trovando dei motivi fondati per prendere in considerazione questa visione, ho pensato di scrivere questa dissertazione, in cui espongo brevemente alcuni dei ragionamenti che ho fatto nello sposare questi due sistemi.


Alcuni fraintendimenti sulle idee di Nietzsche

La nobiltà


L'idea di nobiltà, molto presente nei discorsi di Nietzsche, è forse uno dei concetti più utilizzati dall'autore. Egli infatti lo usa come fondamento della propria teoria, asserendo che solo alcuni uomini, coloro che tendono a tramontare per essere ponti verso il super-uomo, meritano veramente di poter vivere.


Voi volete essere il riflusso di questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo?”1

La persona nobile vuole creare cose nuove e una nuova virtù. Il buono vuole, invece, le cose vecchie e che si conservino. Ma il pericolo della persone nobile non è quello di diventare un buono, bensì uno sfrontato, un derisore, un distruttore.”2


Questa idea è stata spesso ripresa da critici e semplici lettori di Nietzsche che, senza basarsi su una reale osservazione e analisi dei suoi testi, hanno sottolineato la sua avversità a coloro che egli chiama superflui, arrivando addirittura all'assurda affermazione che Nietzsche fosse nazista.


Vi sono predicatori di morte: e la terra è piena di gente cui bisogna predicare di abbandonare la vita. Piena è la terra di superflui.”3


In questo caso però, bisogna tentare di addentrarsi nei meandri del pensiero del filosofo tedesco, senza cadere in facili e troppo veloci conclusioni. Nietzsche si riferisce a coloro che, abbracciando una fede di privazione ed espiazione, come quella cristiana, abbandonano la via del pensiero e della conoscenza, per perdersi in vani castelli di fumo. Nietzsche, constatando la loro scelta di abbandonare la difficile ma fruttuosa via del pensiero, arriva alla conclusione che essi, non volendo tendere al super-uomo ma piuttosto alla bestia, sono assolutamente superflui se non dannosi, e perciò, per il bene dell'umanità, non dovrebbero esistere.


Ecco gli esseri spaventosi, che portano dentro di sé la belva rapace e non hanno scelta che tra i piaceri e l'autoflagellazione. E anche i loro piaceri restano autoflagellazioni.

Essi vorrebbero essere morti, e noi dovremmo approvare questa loro volontà. “La vita non è che sofferenza” dicono altri e non mentono: ma allora fate in modo di finire voi!”4


Uniforme si chiama ciò che essi indossano: possa non essere uniforme ciò che essi in tal modo nascondono!”5


Quest'affermazione ci fa capire come, rivolgendosi ai “guerrieri”, ossia a coloro che combattono battaglie filosofiche – non certo fisiche! – egli spera che essi si distinguano tra di loro, seguendo ognuno la propria strada verso una maggiore conoscenza e verso il super-uomo, e non certo abbandonandosi nelle mani di qualche leader religioso. In questo senso Nietzsche sostiene l'esistenza della nobiltà.


E a chi non insegnate a volare, insegnate, vi prego – a precipitare più in fretta!”6

Una nobiltà nuova, non una nobiltà che potreste comprare, come i mercanti, con oro di mercanti: giacché poco valore ha tutto quanto ha un prezzo.

D'ora in poi il vostro onore consista non nella vostra origine, bensì nella vostra meta!”7


La nobiltà è una cosa che, non essendo acquisibile attraverso beni materiali, ma solo attraverso creatività intellettuale, va conquistata e non è attribuibile fin dalla nascita. Ma chi, dopo diversi anni di vita, non è ancora in grado di creare, ma si è attaccato con forza a dogmi e fedi, non può più essere salvato da questa disgrazia, e va pertanto aiutato a tramontare, per il bene dell'umanità tutta.


L’errore [la fede, ndr.] non è cecità, l’errore è viltà.”8


L'esaltazione della distruzione


La saggezza è femmina e sa amare solo il guerriero.”9

Il vostro nemico voi dovete cercare, e fare la vostra guerra, per i vostri pensieri!”10


La distruzione – filosofica – ha come scopo il creare spazio per poter costruire il nuovo mondo. Il creatore, prima di tutto è un distruttore, infatti il suo spirito (dopo esser stato anche cammello), prima di essere bambino – e creare – è leone, il distruttore per antonomasia.


[...] “La persona nobile vuole creare cose nuove e una nuova virtù. Il buono vuole, invece, le cose vecchie e che si conservino. Ma il pericolo della persone nobile non è quello di diventare un buono, bensì uno sfrontato, un derisore, un distruttore.”11


È dunque chiaro che – nel suo aspetto filosofico – la violenza venga esaltata da un filosofo come Nietzsche, creatore di nuovi valori.


Io non consiglio la pace, bensì la vittoria! Voi dite che la buona causa santifica persino la guerra? Io vi dico: è la buona guerra che santifica ogni causa.”12


L'agire filosofico è, per definizione, la distruzione di quello che già esisteva e la creazione di un nuovo percorso, ma non tutti, secondo Nietzsche, sono in grado di compiere questo percorso.


Non è il dubbio, è la certezza che fa diventare pazzi.”13

La filosofia, così come io l’ho intesa e vissuta fino a oggi, è vita volontaria fra i ghiacci e le alture, ricerca di tutto ciò che l’esistenza ha di estraneo e problematico, di tutto ciò che finora era proscritto dalla morale.”14

In chi risiede il maggiore pericolo per ogni futuro degli uomini? Nei buoni e nei giusti, i quali dicono: “Noi sappiamo già che cosa è buono e giusto, noi l'abbiamo anche; guai a coloro che qui continuano a cercare!”.15

Chi odiano essi più di tutti? Colui che crea, colui che spezza le tavole e gli antichi valori. I buoni, infatti, non sono capaci di creare: essi sono sempre il principio della fine.”16


Nietzsche porta avanti una critica spietata verso coloro che, non per nascita ma per crescita, sono privi della capacità, o meglio, della volontà di spezzare il vecchio per poter prendere, e guadagnarsi, la libertà di creare.

Molti vengono in questo modo criticati dal filosofo, tutti coloro che egli chiama massa informe e superflui, su cui però un creatore non deve chinarsi, rischiando in questo modo di perdere tempo ed energia. Il creatore infatti, ha compiti ben più alti che perdere tempo con chi è inguaribilmente contaminato da dogmi e fedi. Egli ha il compito di trovare un nemico di cui possa essere fiero, per combattere una battaglia epica. Nemici alla sua altezza sono ad esempio gli altri creatori, o i capi carismatici dei superflui, o anche i bambini, che devono crescere abituandosi a creare e non ad essere trasportati dalle onde.


E spesso è più coraggioso uno che si trattiene e passa oltre: affinché si tenga in serbo per un nemico più degno!”17

Dovete essere orgogliosi del vostro nemico. Bisogna in molti casi passar oltre – specialmente oltre la molta canaglia, chi si mette a guardare va in collera.”18

Non si deve voler fare da medico agli incurabili: così insegna Zarathustra: – perciò dovete trapassare! Ma ci vuole più coraggio a farla finita, che a scrivere un verso nuovo: ciò sanno i medici e i poeti.”19


Nietzsche, inoltre, lega il tema della nobiltà e della violenza ad una parola ben precisa, spesso fraintesa e utilizzata con un significato negativo e sprezzante.


Oh, chi potrebbe trovare il nome giusto di una virtù a battezzare questo anelito! “La virtù che dona” all'innominabile dette un giorno Zarathustra questo nome. E allora accadde pure che la sua parola disse berato l'egoismo, l'egoismo salutare e sano, che sgorga da un'anima possente, cui appartiene un corpo elevato, bello vittorioso dispensatore di gioia, attorno al quale ogni cosa diventa uno specchio: il corpo flessuoso e suadente, pronto alla danza, di cui similitudine e compendio è l'anima lieta di se stessa.”20

Che uno sia servile davanti a dèi oppure alle pedate di un dio, che lo sia davanti agli uomini o davanti a stupide opinioni umane: su tutta quanta la specie servile sputa questo egoismo beato! Ma per tutti quanti costoro verrà il giorno, la trasformazione, la spada del giudizio, il grande meriggio.”21


L'egoismo sano, come lo chiamerebbe Freud, è la capacità di fare le cose perchè fanno piacere. Se una persona ha piacere ad aiutarne un'altra, essa l'aiuta, ma non certo per altruismo! Bensì per egoismo sano. L'edonismo entra quindi nella filosofia di Nietzsche, che afferma che i creatori devono fare ciò che vogliono, e non essere obbligati a far qualcosa.

Anche la filosofia marxista prevede che l'uomo infine si liberi dall'oppressione del lavoro per poter fruire appieno del proprio tempo e coltivare le proprie passioni.


Il super-uomo e l'uomo nuovo


Ora vado da solo, discepoli miei! Anche voi andatevene da soli! Così io voglio.

Andate via da me e guardatevi da Zarathustra! Ancora meglio: vergognatevi di lui! Forse vi ha ingannato. L’uomo della conoscenza non soltanto deve saper amare i suoi nemici, ma deve anche saper odiare i suoi amici.

Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari. E perché non volete sfrondare la mia corona? Voi mi venerate; ma che avverrà, se un giorno la vostra venerazione crollerà? Badate che una statua non vi schiacci!”22


Passiamo ora agli aspetti che possono legare, a mio modo di vedere, la teoria marxista con il pensiero di Nietzsche.

Primo punto e fondamento di tutte e due le correnti di pensiero è sicuramente la meta da raggiungere: il super-uomo e l'uomo nuovo.

Che cosa sono questi due personaggi, che caratteristiche hanno?

L'uomo nuovo marxista è in realtà poco descritto, questo è stato un grandissimo problema per i partiti comunisti in tutto il mondo che, avendo ricevuto da Marx soltanto le istruzioni per come prendere il potere sradicando il capitalismo, ma non su come costruire poi il comunismo, si trovavano costretti a crearsi da sé una strada in questo senso. Ma, come sa bene Nietzsche, i nobili, coloro che creano, non sono molti, e coloro che non sono capaci a creare, quando ci provano, emulano in realtà cose esistenti, cambiandole solamente per qualche aspetto. Essi diventano quindi creatori di nuove religioni che poco hanno di differente rispetto a quelle già esistenti.

Vediamo però alcuni passaggi di Marx e Lenin in cui si descrivono alcuni tratti che possono portarci a capire come i due pensavano all'uomo nuovo.


“Ogni epoca è una sfinge che scompare nell’abisso non appena il suo enigma è stato risolto. Per Marx il comunismo è la soluzione dell’enigma della storia, in quanto esso supera sul piano teorico e pratico l’ascetismo raccomandato e imposto alle masse non solo dalla religione ma anche da una società che continua a reggersi sulla negazione della felicità terrena e del senso stesso della vita per la maggioranza della popolazione planetaria.”23


Anche Marx vede dunque, nella distruzione dei dogmi e delle religioni, uno delle principali necessità per la rivoluzione. Se per Nietzsche l'uomo dogmatico è irrecuperabile e deve quindi essere aiutato a tramontare, Marx conserva ancora qualche speranza di riuscire a far ritornare alla ragione, tramite l'organizzazione di massa e la rivoluzione sociale, coloro che erano caduti nelle mani di religioni e fedi.

In ogni caso, per tutti, l'uomo nuovo – o super-uomo – è una fase finale, che si raggiungerà in un futuro ancora lontano, e non basterà la rivoluzione sociale – o grande meriggio – ma dovranno passare almeno un paio di generazioni.


Quando vi sarà libertà non vi sarà più Stato. Di solito i concetti di libertà e democrazia vengono usati come sinonimi. In realtà la democrazia esclude la libertà.”24


Da ognuno secondo le sue capacità a ognuno secondo i suoi bisogni!”25


L'uomo nuovo, dunque, dovrebbe avere la possibilità di accedere a tutte le cose di cui necessita per vivere serenamente ed adempire alla propria volontà. Anche Nietzsche pensa che il super-uomo debba essere egoista ed edonista.

Inoltre, qui viene ribadito anche da Lenin che il creare qualcosa di nuovo – la libertà – richiede prima la distruzione dei vecchi valori, nonché dei nobili e guerrieri pronti a far tramontare la vecchia società.

Ma non sono i soli a constatare questa situazione di schiavitù dell'uomo, sia fisica che mentale, e a sperare in una sua emancipazione, infatti anche Rousseau si unisce a questo coro di filosofi e intellettuali che denuncia la situazione di castrazione umana che persiste nel mondo. Inoltre, anche lui sottolinea, come Nietzsche, il fatto che coloro che governano il mondo, i leaders religiosi, sono in realtà schiavi – anche loro – dei propri dogmi.


L’uomo è nato libero, e ovunque è in catene. C’è chi si crede padrone di altri, ma è più schiavo di loro.”26


Cime di montagna raggiungibili da tutti?



Compagni per il suo viaggio cerca il creatore e non cadaveri, e neppure greggi e fedeli. Compagni nella creazione cerca il creatore, che scrivano nuovi valori, su tavole nuove.”27


Nietzsche afferma, con questa frase che pesa quasi come un macigno, che la nobiltà, la capacità di creare, se si addormenta non è più risvegliabile.

Una persona è dunque morta interiormente, se all'età della maturità è ancora legata a dogmi, se non ha sviluppato la propria capacità intellettiva, se non ha esplorato i meandri più oscuri e contraddittori del proprio sé.

Altra visione quella marxiana, che prevede una sorta di redenzione anche per gli adulti che, contagiati dall'azione e dal pensiero dell'organizzazione comunista, si attivino al fine della rivoluzione. Un'umanità, dunque, che mantiene comunque una certa plasticità, una sorta di reversibilità tra oblio della fede e pensiero attivo, anche nell'età adulta.


Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la loro unione, che sempre più si diffonde.”28


Ma Marx, a differenza del filosofo, non si concentra molto su queste caratteristiche umane, preferendo analizzare la società nel suo complesso.
Egli però ci avverte che la sovrastruttura, tra cui anche la personalità dell'uomo, è conseguenza diretta della struttura economica di una società. Ma se, in una società in continua evoluzione come quella capitalista, tutta la struttura economica è incentrata sullo sfruttamento di una classe su un'altra – come infatti è – allora anche la personalità e le credenze degli individui rispecchiaranno questa struttura primaria.

Appare dunque anche in Marx l'evidente limite delle menti adulte, forgiate dalla struttura economica (e dalla sovrastruttura culturale, religiosa, ecc.) che si baseranno solamente sui dogmi che sono stati posti, senza riuscire a sviluppare un pensiero indipendente.


Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante.Le idee di libertà di coscienza e di religione furono soltanto l'espressione del dominio della libera concorrenza nel campo della coscienza.29

La società borghese è ben diversa dalle società che l’hanno preceduta. Continua a essere caratterizzata dal dominio di classe, ma tale dominio non è affatto sinonimo di staticità e neppure di stabilità. È una società che rivoluziona costantemente sé stessa.”30

La borghesia si rivela capace di dominio e di governo nella misura in cui e siano a quando è in grado di prevenire la minaccia di una rivoluzione dal basso con una rivoluzione dall’alto.”31


Il grande meriggio


Appare ora necessario confrontare questi due pensieri forti – quello nietzschano e quello marxiano – nell'evoluzione che propongono per l'umanità.

In ogni caso, si tratti di grande meriggio o di rivoluzione sociale, i due pensatori vedono come anello fondamentale della catena della Storia, un cambiamento drastico ed epocale, una rivoluzione mai vista sulla faccia della terra; dove sì, si sono susseguiti molti sistemi di governo diversi, ma tutti basati sul dominio di una classe su un'altra e sull'asservimento del popolo attraverso fedi e dogmi.

Rispecchiando le parole di Marx, secondo cui la struttura economica della società fa in modo che la gente cresca in un determinato modo, Nietzsche afferma che in questa società capitalista, in cui l'arricchimento materiale è più importante della crescita interiore, non si può essere che massa informe – fango.


Tutti vogliono giungere al trono: la loro demenza è credere che sul trono segga la felicità! Spesso è il fango che siede sul trono, e spesso anche il trono siede sul fango.”32


Nietzsche arriva addirittura a dettare delle regole in base alle quali si possa combattere per questo cambiamento epocale.


La mia regola di guerra comprende quattro principi:

  1. attacco solamente cose che vincono

  2. attacco solamente cose contro cui non potrei trovare nessun alleato, così comprometto solamente me stesso

  3. non attacco mai persone, mi servo della persona come lente di ingrandimento, con cui si può rendere visibile una crisi generale

  4. attacco solo cose alle quali non sia connessa nessuna disputa personale o qualche retroscena di brutte esperienze. Al contrario, per me attaccare è un segno di benevolenza.”33


Una società marxista composta da super-uomini


Il filosofo tedesco, se da una parte afferma che “Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza.”34, riferendosi all'essere umano preso singolarmente; affida la spinta decisiva verso il super-uomo ad un grande meriggio, una rivoluzione violenta – magari anche fisicamente – che elimini tutti i nemici del progresso umano, come coloro che abitano un mondo dietro il mondo, i dispregiatori del corpo, i predicatori di morte, i compassionevoli, le vipere, le mosche del mercato, i preti, le tarantole, gli apostati, e via discorrendo.


Anche Marx, dal canto suo, pensa che, se la rivoluzione della politica potrà essere rapida, il vero cambiamento della struttura societaria e quindi – di riflesso – della persona umana, non potrà essere che lenta.


Rivoluzione e
grande meriggio dunque, vengono citati spesso e descritti poco.

Ma i due pensatori, essendo antidogmatici, non immaginano nemmeno di spiegare come sarà la società dopo questo cambiamento – perchè non lo sanno!


Il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale, invece di trasformarle e con ciò entra in contraddizione con tutta l'evoluzione storica precedente.”35


L'unica certezza che abbiamo è che, finalmente, non ci saranno classi sociali e discriminazioni, e dunque tutti quanti potranno – se vorranno! – raggiungere le cime più alte delle montagne solitarie del sapere.

Bibliografia


V. Lenin, Stato e Rivoluzione, Le Idee Editori riuniti, curato da V. Gerratana, 1976, Roma.


K. Marx, Il manifesto del Partito Comunista, Laterza, curato da D. Losurdo, 2005, Bari.


F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, curato da M. Montinari, 2006, Milano.


F. Nietzsche, Ecce Homo, Adelphi, curato da R. Calasso, 2006, Milano.


J.J. Rousseau, Il contratto sociale, Einaudi, curato da V. Gerratana, 1975, Torino.



1F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Prologo di Zarathustra.

2Ibidem, Dell'albero del monte.

3Ibidem, Dei predicatori di morte.

4Ibidem, Dei predicatori di morte.

5Ibidem, Della guerra e dei guerrieri.

6Ibidem, Di antiche tavole e nuove.

7Ibidem, Di antiche tavole e nuove.

8F. Nietzsche, Ecce Homo.

9Ibidem.

10F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Della guerra e dei guerrieri.

11Ibidem, Dell'albero del monte.

12Ibidem, Della guerra e dei guerrieri.

13F. Nietzsche, Ecce Homo.

14Ibidem.

15F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Di antiche tavole e nuove.

16Ibidem, Di antiche tavole e nuove.

17Ibidem, Di antiche tavole e nuove.

18Ibidem, Di antiche tavole e nuove.

19Ibidem, Di antiche tavole e nuove.

20Ibidem, Delle tre cose malvagie.

21Ibidem, Delle tre cose malvagie.

22F. Nietzsche, Ecce Homo.

23K. Marx, Il manifesto del partito comunista, introduzione di D. Losurdo.

24V. Lenin, Stato e rivoluzione, .

25Lenin, Stato e rivoluzione, .

26J. J. Rousseau, il contratto sociale.

27F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Prologo di Zarathustra.

28 K. Marx, op. cit, borghesi e proletari.

29 Ibidem, proletari e comunisti.

30 Ibidem, introduzione di D. Losurdo.

31Ibidem, introduzione di D. Losurdo.

32F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Del nuovo idolo.

33F. Nietzsche, Ecce Homo.

34F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Delle mosche del mercato.

35K. Marx, op. cit, proletari e comunisti.


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lunedì, 18 giugno 2007

Sfogo del celto romano

Sfogo del celto romano

Leggendo Plauto e Cicerone mi chiedevo quanti fossero gli uomini liberi in un impero di schiavi, era venuto un giorno il romano nelle nostre terre latinizzando tutto assieme ai suoi scudi argentati e i suoi possenti acquedotti di pietra. Il nostro villaggio era stato preso senza un morto da parte loro e con mille e cinquecento lacrime pagate sull’onore dei fili delle spade più affilate che sconfissero i nostri uomini e stuprarono mia madre che rimase gravida di me e altre cinque vergogne del cielo. Ora quei giorni sembrano fiochi in lontananza e il bagliore di altre cento battaglie ha coperto il frastuono dei morti umiliati e del sangue evaporato al sole di vent’anni di dominio imperiale. L’aquila è ormai egemone sull’Europa tutta e prospetta di conquistare il mondo fino al limitare dell’infinito laddove la terra smette per lasciar spazio al cielo degli dei e al paradiso dei giusti. Nessuno è giusto in questo mondo di schifo infatti sputai in faccia ad un sacerdote che mi proponeva un costoso amuleto in cambio della mia eterna passività. Mi consumai gli occhi con la cera delle candele e mi rovinai le mani con le piume troppo dure o le spade troppo molli scrivendo gesta di mille eroi e generali che non stimo e che odio per il loro ruolo così arcaicamente legato all’imperatore nostro padrone e unico padre. Scatenai mille rivolte armate di altrettanti contadini infuriati contro la guerra e li guardai perire tutti sotto i miei occhi di fronte ai miei piedi senza reagire o avere un cenno di umana pietà. Per sfogare la mia rabbia ho capito che la soluzione è non aver soluzioni e il vino rappresenta la mia via di fuga da questa realtà di fango mangiato e sputato o sangue sanguinato in cui il cervello e il cuore servono solo da bersagli per le lame affilate dei nemici o per le parole altrettanto e forse più aguzze dei generali disposti a tutto per un pugno di uomini fedeli e disciplinati che giochino con loro a sentirsi più forti a dispetto dell’umana fraternità. Scrivo queste note da ubriaco e senza pensare a chi le indirizzo ma sapendo che questo mio foglio bruciando nell’aria del rogo che attizzerò a breve nella mia stupidissima dimora che ha compiuto egregiamente la sua funzione assegnatali di prigione volerà lontano attizzando magari in qualcuno quella scintilla di fragile umiltà di ragionamento che lo porrà come mi sono posto io al di fuori del centro di un universo assoluto ma permettendogli in questo modo di osservare la propria realtà di delirio quotidiano e amore freddo e venduto a etti insieme a un pezzo di pane e un filetto di pesce ormai marcito.

 

18 giugno 2007

mosi


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martedì, 15 maggio 2007

il senso della vita, poesia del suicida, poesia dell'operaio alla giovinezza

Il senso della vita

 

mi desto la mattina

e presto mi vesto

pensando a Martina.

Poi, dopo aver mangiato

corro a iniziar la mia giornata, lesto

e anche se cado sul selciato

io so di aver ragione

a lottare per ciò che mi sta a cuore

quindi, con le mie ginocchia sbucciate

io torno alla mia magione,

che è poi solo una stanza

dove c'è anche il mio amoree

e con le ossa spezzate

le nostre anime angeliche e dannate

si uniscono in una frenetica danza

che è poi il nettare di vita

senza il quale non vedrei un senso.

Io vivo perchè amo, lotto, penso

e se così non è, vuol dire che la mia esistenza è già finita.

 

Mendrisio, 14 maggio 2007

mosi

 

 

 

 

Poesia del suicida

 

Cessare ogni mio battito

spegnere ogni luce

tacere ogni linguaggio colorito

ogni traccia di umana voce.

Questo, il desiderio:

la pace, tanto agognata

in questo mondo illusorio

da me sempre sperata.

Mai avrò a lasciarti ora

signorina ben vestita

grazie al mio operare

ho vinto la partita

non ci lasceremo mai, dolce signora.

Ma dal momento che partendo

quei pochi cari ho da lasciare

saluterò il mio amore

le donerò il mio cuore

che, ormai freddo, lei stringerà piangendo.

Ormai il tempo è fatto

ormai è l’ora tarda

compirò il misfatto

e togliendomi la vita

lascerò che la mia anima arda

piuttosto che vederla ancorata qui

in quest’esistenza di risvolti non equi

come una vecchia pagina ingiallita.

 

Mendrisio 14 maggio 2007
mosi

 

 

 

Poesia dell’operaio alla giovinezza

 

Lasciasti mio padre a maggio

e venisti a me in aprile,

dopo un lungo viaggio

mi trovasti in cortile,

ti vidi giovane e gioviale

eri bella come sempre,

bella e criminale.

Il vento ti portava

restasti altri mesi

ma si fece il tempo

e ci accorgemmo che l’inverno arrivava

veloce come un lampo,

quindi, i nostri visi, tesi,

si guardarono un’ultima volta.

Sapevamo entrambi che al tuo prossimo ritorno

non avresti trovato me, ma una piccola mano alla vita volta

io ti pregai “prendila, stringila, baciala

poi, quando sarà tempo, lasciala

e torna per un’altra primavera

di un’altra piccola vocina

che lotta, ama, spera,

si fa sciopero anche per lei, giù in officina.

 

Mendrisio 15 maggio 2007

mosi


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categorie: poesia
domenica, 15 aprile 2007

gelosia

Gelosia

 

Incolore e opaca

la patina si posa soffocando,

spegne ogni bagliore.

I ricordi, le idee, le emozioni

di colpo pietrificano,

allontanandosi

in un passato così presente.

 

 

 

 

 

Scusami marti, ti amo.

 

Bruzella, 15 aprile 2007

mosi


postato da: mosimosi alle ore 17:16 | link | commenti (1)
categorie: poesia
giovedì, 05 aprile 2007

Manifesto Psicologico del Comunismo

Manifesto Psicologico del Comunismo

Ossia un’aggiunta al pensiero comunista scientifico, che valuta troppo l’economia e troppo poco le persone.

 

Mosè Cometta “coda di lupo”

Primavera 2007

 

Il problema fondamentale del comunismo scientifico, a parer mio, è che tende a dare troppa importanza all’economia e al sistema fino al punto in cui l’uomo è astratto totalmente da sé stesso e dalla propria mente, è per questa astrazione che i tentativi di transizione al nuovo sistema non hanno funzionato.

Per dare delle basi solide e scientifiche al comunismo ed impedire questo eccessivo rigore che toglie energie e senso alla rivoluzione ho cercato, e sono riuscito, a dare una giustificazione storica e scientifica del perchè il comunismo ci debba essere, partendo dal punto di vista psicologico.

 

Introduzione alla mente umana

La prima osservazione è sulla struttura della mente, che io divido nelle due topiche di Freud:

  • La prima topica comprende la divisione in:
    1. Es
    2. Super-io
    3. Io
  • La seconda topica invece divide la mente in:
    1. subconscio
    2. preconscio
    3. conscio

Come notiamo subito le due topiche sono strettamente collegate, e se un solo equilibrio è rotto allora tutto il sistema mente vacilla e diventa patologico. Per un sano sviluppo, ossia una mente sana e quindi libera è necessario avere il giusto equilibrio tra le parti.

 

Parlando dello sviluppo della prima topica paragonerei l’Es ad una mandria di mucche, che pascola felice e senza confini e il Super-io sano ad un recinto.

Quando a questa mandria si mette un recinto non troppo stretto, permettendole di essere libera di spostarsi e di mangiare ma impedendole di scappare, si crea una struttura Super-io-Es forte, capace di coniugare la libertà e la molteplicità della mandria con un piccolo steccato che serve a darle consistenza e non permetterle di scappare, ossia l’Io.

L’unione Super-io-Es crea l’Io, che è opera d’arte. Capiamo meglio quest’affermazione.

Dall’Es nasce l’ispirazione, che viene realizzata, mettendo alcuni limiti (ad esempio di costanza) e il complesso ispirazione-limiti sani è il risultato di questa macchinazione ossia l’opera d’arte.

Per un quadro: l’Es dà l’ispirazione, attraverso il Super-io il pittore si dà delle regole strutturali per esprimere (senza reprimere!) la propria ispirazione. Ad esempio potrebbe obbligarsi a dipingere anche se avrebbe più voglia di dormire, o andare a cercare il colore giusto e non il primo che gli capiti sotto mano. Il risultato di questa unione è il quadro finito, ossia l’Io; quindi l’Io è opera d’arte.

Anche se rimanesse soltanto nel mondo delle idee e non si concretizzasse materialmente, o si concretizzasse sotto forme che noi non riteniamo propriamente artistiche sarebbe opera d’arte per definizione, perchè sarebbe l’unione di ispirazione e lavoro strutturato in modo sano.

Per tornare all’esempio della mandria, si può capire subito che maggiore è la grandezza della mandria maggiore sarà la ricchezza e lo splendore del ranch che si otterrebbe dall’unione Super-io-Es. Il super io invece dev’essere ridotto al minimo indispensabile, ossia deve permettere di strutturare la mandria, di contenerla senza reprimerla, ossia concedendole la necessaria libertà di movimento. Un Super-io patologico invece tende a cintare l’Es in spazi troppo ristretti o addirittura ad uccidere capi di bestiame, ovviamente questo non può che creare degli Io fortemente patologici e poco sviluppati.

 

L’altra topica si sviluppa invece tra subconscio, preconscio e conscio.

Il subconscio si può paragonare ad un cielo misterioso, lontano e impenetrabile, da cui partono continuamente dei lampi. Questi lampi sono il principio dell’ispirazione dell’Es, che deve incontrarsi con il Super-io nel preconscio e formare una struttura che chiamiamo Io (o opera d’arte) che è totalmente conscia.

Capiamo quindi che la strutturazione migliore per una mente sana è quella di avere un subconscio abbastanza importante, da cui far partire diversi imput, un preconscio enorme in modo che l’Es e il Super-io abbiano il tempo e le possibilità di unirsi in modo sano e conveniente e un conscio che viene rappresentato dunque da una continuità di opere d’arte, l’Io, che è poi la parte della mente su cui noi basiamo le nostre certezze.

Tutte le nostre certezze percorrono una strada identica a quella della creazione dell’Io, più il preconscio è grande più le certezze (Super-io ed Es) hanno modo di solidificarsi in maniera appropriata e dunque hanno la capacità, quando sono espresse (Io o opera d’arte) di resistere alle intemperie della vita.

 

Tutta questa introduzione serve a spiegare come si struttura una mente sana, per riassumere possiamo dire che:

La mente sana comprende un Es molto sviluppato e un Super-io non oppressivo ma anzi, abbastanza poco sviluppato, in modo da avere una struttura Super-io-Es (ossia un Io) solida. Per compiere questi passaggi occorre avere un subconscio che permetta all’Es di svilupparsi, un preconscio enorme e molto ricco in modo da permettere la creazione della struttura Super-io-Es e quindi un conscio ben sviluppato.

 

Lo sviluppo sano dell’Io e quindi del conscio dipende totalmente dallo sviluppo degli strati inferiori (più nascosti) della mente e dalle loro concatenazioni.

 

Il capitalismo come patologia mentale

Passiamo ora alla critica al capitalismo.

Il capitalismo è il sistema nel quale viviamo e,come diceva giustamente Marx, dal quale siamo fortemente influenzati nel nostro sviluppo.

Questo sistema tende a sviluppare nella mente umana degli squilibri che col passare del tempo aumentano e che condannano l’uomo alla patologia mentale (con patologia mentale si intende anche impossibilità di uno sviluppo superiore dell’intelletto e non solo malattie mentali).

Con l’evolversi delle società ci si è evoluti anche mentalmente, questo significa che il capitalismo è solo una fase storica e per questo è superabile e dev’essere superato.

Nelle società feudali la mente umana aveva un Super-io troppo sviluppato, al punto tale che, nel paragone della mandria, esso si metteva ad uccidere capi di bestiame impedendo alla mente un sano sviluppo. Nel capitalismo iniziale si ebbe comunque questo problema, il bigottismo era molto diffuso e le religioni e le morali anche, ma con il passare degli anni è venuto alla luce la vera pecca psicologica del capitalismo.

Nel nostro sistema non abbiamo stimoli per sviluppare il preconscio, che risulta spesso o troppo ridotto o lacerato; senza una zona adatta di formazione, la struttura Super-io-Es non può quindi crearsi e l’Io risulta incompleto e instabile.

Quindi, non essendo capace di consentire un equilibrio mentale sano, questa società impedisce il sano sviluppo delle persone, per cui è necessario passare ad un rapporto sociale superiore, in cui esista veramente la libertà in quanto esista un Io equilibrato, ossia il comunismo.

 

Il comunismo e la sua avanguardia

Il comunismo è dunque lo stato (da intendersi non come nazione) in cui ognuno avrà la possibilità di avere uno sviluppo mentale sano.

 

L’avanguardia.

Si è sempre posto ai comunisti il problema dell’avanguardia, di come questa non diventi, una volta fatta la rivoluzione, una nuova classe dominante che semplicemente si sostituisca alla borghesia.

Ebbene io ho trovato chi rappresenta quest’avanguardia senza pericoli di tradimento:

gli artisti.

Gli artisti sono per definizione persone con la mente equilibrata, ossia con un Io stabile (cioè opera d’arte), infatti continuano sotto svariate forme a diffondere opere d’arte (espressioni del proprio Io). Ma cosa sono le opere d’arte? Sono esempi di equilibri mentali, ed è per questo che gli artisti sono forzatamente comunisti, anche se propugnano idee diverso o addirittura opposte.

Essendo il comunismo lo stato in cui si ha una mente sana, chi propaga esempi di menti sane propaga comunismo.

Gli uomini sani, ossia gli artisti, non fanno altro che mettere in mostra i propri equilibri interiori dando stimoli agli spettatori in modo che anch’essi tentino di svilupparsi in maniera non patologica; gli artisti spargono libertà spargendo equilibrio mentale.

 

Riguardo all’altro problema, che dopo la rivoluzione l’avanguardia non si trasformi in classe dirigente e oppressiva, si risolve da sé, visto che il comunismo è lo stato in cui chiunque si sviluppa in modo sano, tutti avranno degli equilibri mentali solidi e quindi avranno degli Io stabili ossia saranno artisti, perchè i loro Io saranno opere d’arte (come qualsiasi Io sano). Ma se tutti si trasformeranno in artisti allora non esisterà più l’avanguardia di artisti, e quindi tutti saranno uguali, nonostante le differenze professionali. Qui va specificato che essere artisti non significa per forza essere pittori o scrittori ma semplicemente avere un Io sano, a prescindere dalla professione.

 

L’insanità dei comunisti ortodossi

Come ultimo punto vorrei trattare i tentativi troppo rigidi di realizzare il passaggio al comunismo. Sorvolando le mille contraddizioni e le situazioni paradossali che si sono venute a creare; parlando soprattutto dei partiti comunisti nel mondo capitalista e degli intellettuali comunisti, trovo che l’errore più grande sia stato il ridursi a ragionare secondo i pensieri di Marx, concentrandosi cioè su ciò che Marx ha studiato, ossia l’economia politica. Così facendo le persone hanno perso importanza rispetto ai rapporti e si sono addirittura alienate da sé stesse. Un proletario, oltre che essere il rappresentante di una classe, è una persona, ossia ha una psicologia, ha una mente. Parlando solo del rappresentante di classe si tende a dimenticare più di metà della persona, di ciò che è, e quindi si dimentica la singolarità e l’individualità di una persona. Si annullano i singoli nelle masse ma in maniera patologica, eliminandoli del tutto, e si finisce per fare ciò che il cristianesimo faceva nei suoi anni d’oro: potenziare in maniera patologica il Super-io al punto da annullare l’Es, che è il nocciolo della personalità e della singolarità di ognuno di noi. Con questa rigidità, con questo astrarre le persone dalle proprie menti, con questo cercare in politici ed economisti l’avanguardia della classe oppressa invece che negli artisti, i comunisti “ortodossi” in tutto il mondo hanno fatto un errore gravissimo. Un errore che è stato pagato con l’autodistruzione degli esperimenti socialisti in URSS, con la demonizzazione del comunismo, con la socialdemocratizzazione dei partiti in europa.

 

 


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mercoledì, 28 marzo 2007

Amore, Martina.


Quando ti guardo, ti penso, ti assaggio

quando mi cullo nella tua aurea

quando sento stringermi tra le tue braccia;

il mio pensiero non può che andare al sorriso che,

ogni giorno, ogni ora, ogni momento,

rischiara le mie giornate

facendomi scordare del mondo, o mostrandomelo da ottiche inconsuete.

Non sono mai stato capace di volare

ma tante volte ne ho parlato,

e ancora di più c’ho provato!
i segni e le ferite ne sono testimoni;

ma solo ora, solo qui,

quando tu e solo tu

entri nel battito del mio cuore,

solo allora sento i piedi staccarsi

e abbandonare quella terra che li tiene prigionieri

per potersi librare liberi nel cielo.

Amore.

 

 

 

Devoggio 28 marzo 2007

coda di lupo


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categorie: poesia
domenica, 25 marzo 2007

Passeggiata in val mara

Passeggiata in val mara

 

Solevano gridi di morte alzarsi in volo con nugoli di corvi, mentre il silenzio dei miei passi rimbombava nell’eco del bosco. L’aria fredda sferzava la mia faccia con fare sprezzante e disinvolto; il prato di mucche era misteriosamente spopolato mentre l’attraversavo.

Tutto questo, cinque minuti fa, dieci minuti fa, dieci anni fa, la vita scorsa. Il tempo è strano e nei boschi tende a nascondersi dietro i vecchi tronchi mangiati dalle tarme o dall’edera.

Ora sono arrivato, la segheria di Marco è vicina.

Si erge davanti a me un vecchio con in bocca un unico dente, canino arrotondato, e parla solamente in dialetto, la sua grande pancia mi colpisce mentre lui mi offre un tronco di tiglio secco per potervi intagliare un bicchiere di legno. Ringrazio e saluto, ci si vedrà la prossima passeggiata, intanto con il mio tronco in spalla torno a svelti passi verso casa, ora mi aspetta un lavoro impegnativo.

 

 

Devoggio 25 marzo 2007

Coda di lupo

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categorie: fotografie
giovedì, 15 marzo 2007

Martina


Anche io sempre di più, anche io.

Fino a toccare le punte delle montagne misteriose e pacifiche, sconvolgendo la pace e la tranquillità di quelle vette con la forza di un bacio.

Sempre di più.

Più perfetto, il gioco dell’amore che sempre più tocca corde nascoste della mia coscienza. Corde che non conosco, che non pensavo avere.

Sempre di più.

L’amore fatto una, due volte ogni notte passata con te, l’amore stupendo che lascia senza fiato.

Sempre di più.

Più leggero, sembra di stare tra le stelle quando i nostri corpi si avvinghiano.

Sempre di più.

Popoli passati e antiche battaglie scorrono nelle mie vene nell’ora in cui ti incontro.

Sempre di più.

Il vortice della passione cresce in me, libertà e possessione, sempre più radicate nel mio cuore, liberate nel mio organismo, disciolte in me.

Sempre di più.

Ti amo

 

 

 

Devoggio 15 marzo 2007

mosi coda di lupo


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categorie: poesia
martedì, 06 marzo 2007

Martina


Se mi bastassero le parole sfoglierei mille libri, sfoglierei mille liberi e tagliando le frasi più belle costruirei un aeroplanino che con leggere ali impregnate di fantastici significati volerebbe alto tra le leggere nuvole spensierate. Libero da obblighi o tempi stabiliti potrebbe lui, volando, trovare forse un modo per esprimere l’alba che sento sorgere dentro rischiarandomi ogni volta che mi passi davanti, ogni volta che mi baci.

 

Mendrisio, 7 marzo 2007

mosi


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lunedì, 05 marzo 2007

Dei voli e di altre realtà quotidiane

Una coppia di liberi e schiavi pensatori a volte svegli e altre dormienti baciano le proprie bocche con romantico fare da innamorati.

Tutto questo mentre grugno di porco spara nella folla convincendosi di mirare il terrorista nemico e uccidendo la madre di Ismail l’iraqueno che giocava a palla con gli amici fuori casa.

Il presidente scimmia decide di rinforzare il corpo militare e inviando vite a spezzar vite riempie i forzieri poco nascosti del petrolio detentore d’uccisor potere.

Gli alberi sono stanchi di questa vita e staccandosi da terra per mano di fredde ruspe metalliche manovrate da fredde mani di sottopagati operai succubi al sistema gridano cantando la canzone dei figli costretti a emigrare morendo per vivere.

La coppia ormai si è stancata di baciarsi e far l’amore ed ora davanti a un prete svogliato e grasso tenta di darsi contegno e di vendersi per “coppia a modo” pronunciando un fatidico “si” che procurerà loro una libreria in stile vittoriano da parte di genitori orgogliosi.

Grugno di porco è tornato a caso verso la caserma percorrendo strade sconosciute e sputando per terra ad ogni visto straniero che incontrava tanto che il suo corpo verrà ritrovato domattina senza più traccia dell’adrenalina del combattimento ma segnato dalle beccate dei corvi sui vestiti laceri da cui fanno capolino diversi organi squarciati dalla fredda lama metallica che taglierà anche l’albero dal quale or’ora penzola sospinto dal tiepido vento che soffia dal mare.

Altri compagni invece stancati di inseguire un nemico identico al riflesso nello specchio hanno cercato la libertà disertando l’armata che con mitra in pugno esporta democrazia all’oriente barbaro e ben fornito del puro e viscoso liquido nero, vero motore dell’economia avanzata che avanza di mezzo centimetro all’ora bloccata da un traffico mostruoso dell’ora di punta. Quando questi eroi perdenti e questi assassini ravveduti torneranno a incontrare la civiltà probabilmente sarà imposta loro la pena marziale e uno schizzo di orgoglio bruciante colerà dai loro corpi colpiti a morte da telecamere con sguardo assassino.

La pietà di questo mondo accecato è sconfitta dai saldi che il fine settimana ingombrano le vetrine di ipotetici supermercati della felicità che in realtà fabbricano schiere di automi compratori perfettamente pronti ad un’imbalsamazione rapida e moderna, una sorta di liofilizzazione dell’anima e di disinfezione da ogni impurità di umano germe. La plastica regnerà liscia splendente e sovrana probabilmente quando si seppelliranno le mie spoglie sotto un albero o in mezzo agli uccelli liberi nell’aria prigioniera. Probabilmente la gente pensa che la mia sia follia allo stato puro e sfogo di irrazionale alienazione dal sistema consumistico e di sguardo al passato nostalgico e scricchiolante. A tutti coloro che in questa trovata si ritrovano rispondo teneramente che il mio sguardo è ben fisso al futuro che inevitabile va verso la pace e la condivisione di ogni bene e ogni diritto e dovere a tutta la popolazione di questo mondo nato deserto e arrivato all’incementata sovrappopolazione. A tutti coloro che pensano io sia un anacronista osservatore ribadisco che guardo avanti a loro e riconoscendo la produzione capitalista quale metodo più redditizio del magico processo che trasforma ogni cosa in un'altra miscelando tra loro tecniche e saperi sempre più disparati ma tuttavia ritengo che i frutti del lavoro vadano distribuiti a tutti come premio per il lavoro che tutti svolgono mondialmente parlando, visto che più dell’ottanta per cento della popolazione produce e muore per meno del venti per cento che vive in lussurioso modo ricacciando sdegnata gli immigrati terzomondani additandoli come ruba lavoro o altre fantasticherie maniacali e patologiche. La nostra direzione è la stessa, ma mentre il vostro sguardo si abbassa sempre più facendovi man mano schiantare verso terra il mio volo rimane dritto e sicuro verso quell’orizzonte di mondiale libertà.

 

Mendrisio-Devoggio 5 marzo 2007

mosi


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giovedì, 22 febbraio 2007

il risveglio della vita, poesia

Il risveglio della vita

 

La religione si muove ancora nella tomba

ulula furiosa

tenta di portar con sé quello che può

oro, persone, leggi.

In ogni cosa che afferra

pianta le unghie

lacerando la carne e le vesti.

Ma nulla può questo torcersi moribondo

contro la finalmente acquisita emancipazione

il grande sonno è finito ormai

siamo sicuri di essere

e di avere il diritto di sognare

ad occhi aperti

un mondo migliore.

Dio non ci stancherà più con le sue lunge e melanconiche litanie

i papi e i vescovi

non ci ruberanno più la volontà

l’oro

il tempo

la vita.

Ora, finalmente,

l’uomo si è svegliato

ed ha capito

che la religione cura i sintomi, non le cause

di questa terra malata d’ingiustizia.

 

 

 

Devoggio    22 febbraio 2007

Mosè, mosi coda di lupo

 


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categorie: poesia
martedì, 13 febbraio 2007

La Nonna ‘Dele

È una prima mano. niente di definitivo, niente di concreto, solo il mio primo  gettare i pensieri sul tavolo, per cominciare a riordinarli.

devo scrivere un racconto, su almeno tre-quattro personaggi che conosco e che meritano.

da mia nonna 'Dele

al Fraquelli, alcolizzato

passando per mia prozia Egle, che mangia i fiori

per arrivare al vecchietto che ballava e saltava all'osteria, a natale.

devo scrivere un racconto per correttezza nei loro confronti, che lo meritano, e perchè sono un materiale troppo eccellente e ricco per gettarlo così nel dimenticatoio. Ma per questa storia avrò tempo dopo il Lam e il progetto Sepulveda.

La Nonna ‘Dele

 

Ripescando vecchie foto dalla mia infanzia viene subito alla luce un personaggio singolare.

La madre di mio padre, mia nonna paterna.

Simpatica, gioviale, bassa e rotonda.

Otto, la forma con cui la descrivevo all’asilo. Un personaggio davvero speciale, capace di unire la famiglia e di compiere le pazzie più strane.

Ogni domenica, tutta la famiglia si riuniva in casa dei miei nonni; venti, trenta persone.

Come animali in gabbia discutevamo, gridavamo, ridevamo, il momento comunitario più importante e caratteristico della mia infanzia, quello che probabilmente mi fece capire l’importanza della comunità, aiutandomi nella mia evoluzione a marxista convinto.

Mi raccontava mia madre delle volte in cui la ‘Dele, Adele Cometta all’anagrafe, nonna per tutti, mi inseguiva. Io correvo innocentemente nudo per i prati e le stradine, tra le case, lei dietro a gridare

- Attenzione, guarda che un gatto te lo morde via!

I capelli pettinati aveva, una forte sordità per cui la prendevamo sempre in giro. Appoggiavo la mia mano sui capelli, schiacciandoli, e muovevo la bocca senza emettere suono. Quando capiva lo scherzo si arrabbiava, mia nonna.

Ma ricordo con piacere anche altri episodi.

Giungono nella mia mente dagli angoli più lontani del cuore le immagini delle arrabbiature, delle sgridate che subivo da parte sua perché non volevo strappare le piante nel giardino di mio padre.

Un senso estetico tutto suo, una voglia di fare e un’impossibilità a star ferma che poche volte ho incontrato in una persona.

Poteva stressarti per un’ora solo per dare un occhiata al gabinetto di mio padre, controllare che tutto fosse apposto come voleva lei e poi tornare felice a dedicarsi alle sue cose, a casa sua.

 

Quante risate. Davvero tante. Quando mio padre era nato, lei era convinta di voler una ragazzina. E quando mia nonna decideva una cosa un esercito non sarebbe riuscita a smuoverla. Gli fece crescere i capelli, glieli pettinò, lo vestì da bambina. E per i primi due anni mio padre fu una figlia. Non ho mai osato chiedere come lo chiamasse, se Giorgio o Giorgia, o con un nome simile.

 

Altro aneddoto simpatico, raccontano che mentre cucinava con mio zio in braccio, neonato, uno schizzo di pipì sia finito dritto nella pentola. Mia nonna, senza scomporsi

- Pipì d’angelo

E continuò a mescolare.

Io sono qui, sfoglio ancora queste vecchie foto. Una lacrima scende piano la mia guancia, scoprendo emozioni che avevo dimenticato, nel tran tran della vita quotidiana.

 

 

Devoggio  14 febbraio 2007

Mosè


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categorie: progetto arogno
lunedì, 12 febbraio 2007

Presidente, porco dio! poesia

Presidente, porco dio!

 

Gli occhi del mio cavallo meccanico si spengono

alzo il cavalletto.

Una voce “Mosi” dal balcone

si affaccia mia cugina

la mia bella cugina di cui non ho mai avuto il coraggio a innamorarmi.

Tre parole

Gialu, muro, incidente.

Un nodo in gola

corro a casa,

sono scosso e non so che fare.

Lui è un compagno elegante,

come li chiamiamo noi,

quelli in gamba.

Il perché, un messaggio.

Cerco conforto in quella bionda che mi ha rubato il cuore

la mente, lo spirito.

Paura di essere abbandonato

 

 

Devoggio, 12 febbraio 2007, notte

Mosè


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categorie: poesia
mercoledì, 07 febbraio 2007

progetto

ho letto un libro di Sepulveda: Patagonia Express.

semplicemente fantastico.

ho deciso di scrivere una storia, il protagonista è un ragazzo italiano della periferia di Milano con famiglia operaia e la passione di scrivere. decide di andare in sudamerica. (praticamente sono io traslato in una realtà operaia italiana) contatta due argentini e parte.

questo pezzo l'ho già scritto ma non lo voglio ancora postare.
ora il lavoro interessante sarà far conoscere al mio protagonista i personaggi del libro di Sepulveda e praticamente fare che il mio protagonista sia stato un personaggio-comparsa nelle scene del libro, quindi raccontare le stesse storie ma con un angolazione diversa e una storia mia.
se riesco a farlo voglio mandarne una copia a Sepulveda.niente da fare..

contento!!


salut
mosi coda di lupo

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categorie: progetto sepulveda
sabato, 03 febbraio 2007

in morte di un uccellino, poesia

non mi piace questa poesia. non da un'idea di quello che mi ha attraversato, non gli rende giustizia.


In morte di un uccellino

 

Volava innocente al tiepido sole

in quel febbraio estivo.

Poi d’improvviso,

forse una raffica di eolo rabbioso

e lui cadde a terra.

Camminando indaffarato tra trapano e viti ancora nuove

quasi non lo vidi

ma quando mi chinai lui era lì,

fissandomi spaventato non le muoveva più,

le ali della libertà,

non ci riusciva.

Spiegandole, queste stavano immobili,

quanta pena, quanti desideri celati nel mio cuore:

un nuovo amico, una creatura da aiutare

per poi un giorno vederla volar via.

Un’ora dopo, gli occhi ancora aperti,

se ne stava sul fondo della scatola, al sole.

Avevo visto gli ultimi suoi movimenti,

pensando di portargli un po’ d’acqua dissetante.

Non tornerà mai più,

ma ora insieme a lui anche io volo in cielo

e mi libero leggero.

Ci teniamo per mano.

 

Devoggio 3 febbraio 2007

mosi coda di lupo


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categorie: poesia
lunedì, 29 gennaio 2007

sull'amore e sull'odio

Sull’amore e sull’odio.

 

 

Quando una persona ama un’altra è perché la ritiene parte mancante del proprio io. In questo modo un amore da sicurezza, un’amicizia anche. Un’affinità intellettuale permette di scrutare gli angoli bui che soli non si riescono a percepire.

Ma proprio per il fatto che si amano solo le cose che ci completano, e di cui quindi siamo sprovvisti, in realtà si odiano. Si odiano perché non saranno mai nostre, perché non sono nate in noi, perché non avremo mai la sicurezza totale di poterle possedere.

Mi si risponderà che amiamo anche nostre cose, nostri pensieri, nostri ragionamenti. Ebbene, vale lo stesso discorso: noi non possiamo dominare la realtà e pertanto non siamo immuni a eventi esterni, conclusione logica il fatto che non siamo totalmente padroni di noi stessi, pertanto non possiamo essere sicuri che una cosa che abbiamo partorito, sia un figlio o un pensiero, ci resti fedele e dia una sicurezza (e l’immortalità, continuando a vivere dopo la nostra morte fisica) e dunque siamo costantemente soggetti alla paura che ci abbandoni o ci volti le spalle.

In questo modo l’amore non è nient’altro che un’invidia adibita a collante con l’oggetto del nostro amore, sempre dipinto come sentimento positivo in quanto unico cemento che possa tenere assieme i frammenti su cui si innalza la nostra esistenza.

 

 

Devoggio 29 gennaio 2007

mosi coda di lupo


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domenica, 21 gennaio 2007

Stato e rivoluzione e Il mio pensiero, poesie

 

 

Stato e rivoluzione

 

Che lo Stato non sia più!

E che tutti i meschini si alzino ora in piedi,

che pure ai politicanti sia data paga di operaio!

Compagni, lottiamo!

Così risuonava nell’inchiostro di Lenin,

così in quello di Marx, Engels

così gridavano i soldati a Stalingrado,

al palazzo d’inverno.

Così i partigiani o i profeti imprigionati,

così i desparecidos;

la morte lentamente cala,

un fazzoletto che tutto zittisce.

I raggi del sole illumineranno un mondo nuovo.

 

Devoggio 21 gennaio 2007

mosi coda di lupo

 

 

 

Il mio pensiero

 

Se prendessero il mio pensiero,

me lo strappassero dalla bocca

pescandolo dalla mia mente con un filo di delicata madreperla

mi aiuteresti, amore mio, a ritrovarlo?

E se per caso questo vagasse lontano,

senza più tornare

non vorresti anche tu che il suo eco

cresca di ora in ora, di anno in anno,

fino a rimbombare nella testa di ciascuno?

E allora perché ci tratteniamo tanto,

perché non liberiamo al vento la nostra passione?

Abbiamo forse paura che quando questi scapperà

di noi non resti che un involucro invecchiato?

 

Devoggio 21 gennaio 2007

mosi coda di lupo


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categorie: poesia
giovedì, 18 gennaio 2007

"oriente sovietico, 1923" e "senza titolo", poesie

Oriente sovietico, 1923

 

Il popolo dell’astro nascente danzava felice

sognando un mondo di pace e ugual giustizia

mentre dall’altro lato di questa sferica terra

gli imperi liberali delle libertà fumanti

preparavano i cannoni e affilavano le baionette.

I signori governatori non amavano quella rossa gente

che sfilava nella via a braccetto con un sogno

reso concreto da mille braccia unite in un unico pugno.

Quando successe?
Mille anni sono trascorsi ormai,

un soffio di vento sulla sabbia del deserto,

un petalo di rosa che si stacca

due giorni, un secolo. Che importa?

No, non l’era, non i numeri,

le vite, quelle si che daranno il mondo migliore.

 

Devoggio 18 gennaio 2007

mosi coda di lupo

 

 

 

 

Se ne resta in piedi,

quello scarno contadino col volto intaccato dagli anni

un rastrello dritto a pettinare il vento,

i capelli ormai grigi coprono a volte gli occhi,

colmi di saggio e vissuto odio.

“Amore, amore…”

Le parole scivolano piano dalla fessura appena accennata delle sue labbra

un solco della pelle,

scavato da anni di fatiche,

pian piano viene inondato da una lacrima di madreperla purissima

che sgorga dritta dalle radici

che il cuore ha sul nostro volto,

le porte dell’infinito animo umano.

 

Devoggio 18 gennaio 2007

mosi coda di lupo

 


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categorie: poesia

la febbre della rivoluzione e illuminazione, poesie

La febbre della rivoluzione

 

Il cittadino Robespierre salta come un grillo

e poi si stende a terra fingendosi morto

ad osservare le nuvole e spostarle con un soffio possente,

il suo canto è soffice quando il sole riappare

e la pelle ormai bronzea di campagna

non rispecchia i quadri seri della capitale,

così impregnati di serietà e cipria.

Forse si tratta di un sogno,

probabilmente il cittadino Robespierre sta male,

ha appena tagliato il nastro rosso

all’inaugurazione della ghigliottina,

la febbre sale più veloce della violenza

in questo vortice amoroso.

 

Devoggio, 18 gennaio 07

mosi coda di lupo

 

 

Illuminazione

 

La goccia che scende piano dalla foglia,

si stacca, forse no.

Ecco, si allunga,

le sfumature argentee di quella piccola riserva di vita

abbagliano con i raggi del sole

scaldando i cuori e illuminando la via

che ogni vivente cerca disperato,

ma poi cade, a terra.

Sparsa in una macchiolina impotente,

eppure alzando lo sguardo,

laddove la prima è partita

una sorella altrettanto degna è già pronta al volo.

 

Devoggio 18gennaio 07

mosi coda di lupo


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categorie: poesia
lunedì, 15 gennaio 2007

omologazione e tè caldo, poesie

Omologazione

 

La scienza ci insegna l’obbiettività

ma questa, con fare misterioso,

si nasconde dietro la formula della sostanza miracolosa

o il calcolo di quella retta così fredda.

Ma dove cercarla negli occhi di un bambino

o di un vecchio pescatore?

 

 

 

 

Tè caldo

 

Le dita abbracciano forte

quel cilindro così impersonale

nelle mani di un soldato,

metallico.

Così calda quella tazza,

scotta le dita callose

a un vecchio comunista ingrigito dall’età.

Un aristocratico signor Smith

stringe una porcellana fine

contenente il prezioso liquido

che ha in sé disciolto

tutto il prestigio nazionale.

Un minatore scozzese, stanco,

si rifocilla come l’indio sfruttato

suo collega di buchi oscuri.

Anche al sol levante l’imperatore

adora a corte

la magia di quella foglia così banale

che a Versailles viene importata nella seta.

Cala il sole nel deserto, ma resta un lumino a scaldare la notte,

sopra, una tazza fumante.

 

Devoggio 15 gennaio 07

mosi coda di lupo

 


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categorie: poesia
domenica, 14 gennaio 2007

Pearl Harbor e senza titolo, poesie

Pearl Harbor

 

Il piccolo marinaio dorme

sdraiato sul ponte di una nave

che presto accarezzerà la sabbia del fondale

immenso e oscuro.

I coralli sul suo fondo arrivano dritti dall’anima della terra,

che riluce laddove il sole non arriva

e gli occhi umani vengono bloccati.

È felice il piccolo uomo,

sorride pensando a una fidanzata in bianco e nero,

che lo aspetta incorniciata

in quella casa di fotografia.

Aeroplani all’orizzonte.

 

Devoggio, 14.1.07

mosi coda di lupo


 

Se ne stava,

ragazza bionda lunghe ali,

al bordo di un parapetto visto tutti i giorni dal basso.

Osservava stupita il panorama soffocato dal grigio smog cittadino,

non trovava le stelle, lei,

così abituata al cielo limpido di campagna.

Poi quel bacio, quella storia che finisce

e quel sentimento di confusa certezza

che pervade mente e corpo,

facendo dimenticare il freddo.

 

Devoggio 14 gennaio 2007

mosi coda di lupo

 

 

 


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categorie: poesia
mercoledì, 10 gennaio 2007

Il poeta fringuello e Adolescenza, poesie

Il poeta fringuello

 

Se nella grigia nostra era

in cui comprando muori dentro;

un fringuello si levasse impertinente

e se per caso la contraerea si stesse in quel momento

godendo una serata di libero venerdì,

in realtà schiavo,

sarebbe possibile, dico io,

che quel piccolo volatile temerario

riuscisse in un battito d’ali

talmente dolce da risultare distruttivo

oltrepassare il confine del grigio smog metropolitano e di campagna certificata bio

e vedere per un attimo soltanto

il cielo sgombro e infinito

con ai piedi una pianura di grigia coltre.

E se proprio allora

quel fringuello alzasse gli occhi

sicuramente vedrebbe il sole.

Frecce siderali appuntite e splendenti

dipartirebbero dalla fornace dell’universo

e incenerirebbero all’istante gli occhi

al fringuello solitario

che tornerebbe a tuffarsi nel mondo quotidiano di acquisti e smog,

ma se tutto questo accadesse realmente

non sarebbe il fringuello profeta

e poeta della rivoluzione?

Quale sua colpa se non il cercare libertà anzitempo e senza aspettare

quel gregge di pecore ormai smunte e insanguinate

che belando tenta un decollo

con fare da ubriaco?

Per questo è condannato ad avere

occhi carbonizzati con cui scrivere

il tutto e il niente alla luce del sole.

Ebbene, per vedere quel sole

ed essere annientato e completato dai suoi raggi

spenderò la forza e il tempo di una vita,

la mia.

 

Devoggio 1.1.07

mosi coda di lupo




Adolescenza

 

La campana che suona

i passi, tanti,

le scarpe che scrivono le storie di più vite col fango

sui gradini calpestati di quelle scale sempre sporche.

Occhiali, sigarette e felpe

di quei compagno che non senti

e scorrono più veloci del tempo sulla tua pelle,

quanta paura a discutere con loro,

la vergogna che provavi per quella stella rossa racchiusa nel tuo cuore

e che nessuno condivideva.

Anni sregolati di passioni che consumano al fondo i nostri corpi,

notti insonni d’amore,discussioni e concerti,

la donna del tuo cuore e le sue carezze,

come ci si sentiva protetti in quella stanza,

quante volte volesti sigillare quella porta

per non aprirla mai più.

Ma la vita ci impone altri disegni, come si dice,

e quindi via, la mattina,

su quella posta affollata e barcollante

verso la prigione della tua saggezza.

 

Mendrisio(chimica) 9.1.07

mosi coda di lupo


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categorie: poesia

Amore e Il compagno più fidato, poesie

Amore

 

Amore, tenera parola

e grandi occhi profondi di un sentimento sconosciuto

magica sensazione nelle carezze altrui

che viene alla luce tra i teneri baci,

il tocco possente dell’amore.

Mai mani furono più lisce,

mai seno più soffice o bocca più sensuale.

Il cuore ci domina, di tanto in tanto,

tessendoci come il ragno la propria tela.

Anche noi risplendiamo in una bella mattina

primaverile d’amore.

 

Devoggio 11.1.2007

mosi coda di lupo

 

 

 

 

Il compagno più fidato

 

Il letto, mobile silente, osserva.

Ci sfoglia come un album di vecchi ricordi,

conoscendo in noi ogni sensazione,

tutte le avventure,

le volte che gridammo ti amo,

le notti disperate a rimpiangere l’amore perduto

i sonni dolci dell’infanzia.

Silente, il letto, osserva.

Forse lui colui che giudicherà la nostra anima,

unico, in fondo, a conoscerla nel profondo.

Profondo come il sonno.

 

Devoggio 11.1.07

mosi coda di lupo


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categorie: poesia
domenica, 07 gennaio 2007

parroco di campagna

una poesia..

Parroco di campagna

 

La campagna sgocciolava di luci mattutine e rugiada

il sole, che alto non era ancora,

illuminava i prati e quella piccola striscia di terra battuta

che portava ogni giorno i contadini

dondolando tra casa e campi.

Un piccolo parroco di campagna

andava camminando passi lunghi

recitando le preghiere del mattino nella limpida arietta fresca.

D’improvviso una foglia che staccandosi dal ramo

si mise a svolazzare per poi posarsi sotto le suole

che il parroco aveva già sporche di terra.

Il diavolo, guardando la scena nascosto tra le foglie di un cespuglio

giocava con le lunghe dita affusolate

prospettando le sofferenze che aspettavano

il parroco e l’umanità tutta.

All’improvviso la voce possente della natura

imponendosi sul sussurrio del vento

chiamò i propri figli a raccolta

nella grande prateria del becco assassino.

E mentre questi rispondevano al richiamo,

il parroco giungeva alla prima casa del villaggio

di cui il maligno si era con velocità impossessato,

ma proprio quando quel sempliciotto vestito di nero

con per armi libro e croce in legno, bussava al piccolo uscio

ecco una nuvola di vapore nero fitto fitto

impossessarsi della figura del pover’uomo

rinchiudendolo nell’eternità.

Però erano giunti i figli alla prateria stabilita

e celebrando assieme l’orgasmo della vita

si accorsero della libertà cui l’universo era pervaso

e in quello stesso momento dio e il diavolo insieme

cessarono di esistere

portando con sé il parroco di campagna.

 

Melano     7 gennaio 2007

mosi coda di lupo

 


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categorie: poesia
mercoledì, 13 dicembre 2006

Sull’essere umano e sulla sua lama di rasoio

Sull’essere umano e sulla sua lama di rasoio

 

 

Uno dei più grandi problemi, che ci viene costantemente posto e di cui non ci accorgiamo è il come fare a formarsi una propria personalità.

La nostra vita è in realtà in bilico sulla lama di un rasoio, al lato sinistro abbiamo l’uniformità, l’appiattire il proprio essere e livellarlo in funzione degli altri; su questo argomento potremmo fare molte discussioni interessanti: ad esempio il fatto che le mode vengano imposte da modelli forniti dalle televisioni commerciali, dai cartelloni e quindi, in definitiva, dal potere economico. La psicologia mischiata all’economia, non si capisce più niente, eppure è così, viviamo in un mondo(il nostro occidentale) sempre più legato al quarto potere: quello dei media, e i canali comunicativi di massa sono sempre legati al potere economico.

L’altro stadio, il burrone opposto ma comunque patologico è quello del non accettare nulla dagli estranei, e si può tranquillamente dividere in due filoni: coloro che praticano l’individualismo totale, ovvero gli eremiti e coloro che invece non accettano niente da gruppi di persone ritenute esterne alle proprie radici.

Il primo sottogruppo è in realtà molto ristretto nei fatti, si tratta di veri e propri casi patologici che rifiutano l’essere sociale del uomo; ma, essendo così ridotti numericamente, non ne tratterò in questa sede.

La seconda categoria è invece molto sparsa ed è oltretutto complementare, talvolta, all’altro caso limite. Accade spesso infatti vedere personaggi di estrema destra(vedremo questo aspetto tra poco) vestire alla moda. L’intolleranza, il razzismo, la xenofobia sono comportamenti tipici di questa categoria e sono frutto, oltre che dell’effetto martellante di propaganda del potere(seguendo la regola: dividi et impera) anche di superficialità e insicurezza in sé stessi. Un’infanzia insana porta infatti a non avere un giusto rapporto di forza tra es e super-io, ottenendo come risultato un io tormentato e patologico, insicuro. Per non manifestare questa debolezza(di cui si è ignari o si cerca di rimanerlo) la cosa più semplice è amplificare le “debolezze”, i “difetti”, le diversità più apparenti di persone legate soprattutto ad altre culture. Queste diversità, altro aspetto che va a complicare notevolmente le nostre osservazioni generali sui rapporti umani, vengono prese come capro espiatorio anche dai media, che si ritrovano(in nome del potere) a portare avanti due discorsi: uno che tende a standardizzare la gente, l’altro che mette alcuni gruppi contro altri; questo metodo di lavoro consente al potere di rendere più efficienti i metodi di controllo sulla gente senza che essa se ne renda conto.

L’importanza della psicologia e della psicoterapia è dunque fondamentale in un discorso di emancipazione personale e per condurre una vita realmente non patologica.

 

 

 

Devoggio 13.12.2006

Mosi coda di lupo


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giovedì, 30 novembre 2006

la realtà e la volontà II

La realtà e la volontà

 

Indice:

1.     La volontà

2.     Le emozioni

3.     Il linguaggio

4.     I grandi uomini

5.     Come diventare immortali

6.     Sull’amore

7.     Le ideologie

8.     Nietzsche

9.     Le ideologie

10. La Storia

11. Le scienze in generale

·         Le scienze esatte

·         Le scienze sociali

12. L’importanza della filosofia

13. Individualità e non individualismo

14. La società che sogno

15. Perché mi sento(e quindi sono, nella mia realtà) migliore di Marx e Nietzsche

16. Critiche alla mia visione

 

La volontà

La realtà esiste perché le cose hanno un senso nello svolgimento della mia volontà, infatti se io non esistessi, se non avessi una volontà(e quindi il tentativo di giungere al compimento di questa volontà interagendo con il mondo) la realtà per me non esisterebbe, perché io non sarei, le cose acquistano senso e quindi iniziano ad esistere quando contano qualcosa nello svolgimento della mia volontà.

Non c’è quindi una sola realtà, ma tante quanti sono gli esseri viventi, e cioè gli esseri dotati di volontà propria.

Ora, mi sento in dovere di fare una piccola esplicazione del significato del concetto che chiamo volontà: per me la volontà, cioè la ricerca di completezza, comprende sia la sfera conscia che quella inconscia ed è lo stato in cui la nostra essenza sarà completa, il nostro essere sarà perfetto, il diventare dèi, per farla in breve.

Ovviamente questo implica che non esista il fato, o destino, in quanto tutto è deciso dalla nostra volontà, tutto è causa ovvia delle nostre azioni, che sono tese allo raggiungimento della nostra volontà, e così cadere a terra è conseguenza logica e matematica del fatto che si camminava disattenti, magari perché si pensava, e pensare significa dettagliare il percorso che porta al raggiungimento della nostra volontà. Lo stesso fatto del camminare implica una volontà, prendiamo ad esempio una persona che vada a comprarsi un vestito. Camminerà per farlo, e quindi l’azione del camminare sarà conseguenza del fatto che voglia andare a comprare un vestito, che causerà un momento di felicità, che a sua volta contribuirà all’avanzamento sul percorso della completezza.

La stessa morte fisica è la risposta che il nostro corpo emette quando si sente completo, sufficientemente vissuto, ma che non comporta forzatamente la completezza dell’essenza, dell’anima, o di quel tocco vitale che ci permette di non essere solo bios ma anche psyché.

Ora, non pensiate che io veda l’uomo come chiuso in una camera stagna, senza nessun contatto con il mondo esterno, anzi, me ne guardo bene, infatti le nostre vite, le strade tese alla completezza, si incrociano continuamente, e da questi contatti con il resto degli esseri, inerti o con volontà, siamo continuamente influenzati.

 

Le emozioni

Le nostre emozioni, le nostre passioni, non sono altro che un tratto della strada che ci porterà alla perfezione, una risposta agli stimoli esterni con conseguente variazione del tragitto, ma mai della meta, che rimane oggettivamente uguale, e cioè la completezza dell’essere. Le emozioni potrebbero avere come definizione: la reazione che si scatena tenendo conto del vissuto dell’individuo che le prova e che si crea grazie ad uno stimolo esterno all’individuo stesso. Infatti sfido qualsiasi persona a dimostrarmi di poter provare un’emozione senza che essa sia in un qualche modo legata ad uno stimolo, una storia, un fatto, una frase, che sono state recepite o magari vissute dalla persona, ma mai da sola. Questa è un’ulteriore dimostrazione del fatto che l’essere vivente, in particolare l’essere umano, è un animale sociale e solo grazie al contatto e al confronto con il resto del mondo si è evoluto, incappando talvolta, oserei dire spesso, in errori giganteschi. Ma anche la direzione verso cui l’umanità si dirige, e cioè una capacità sempre più rapida di comunicare, diventa un valido testimone delle mie tesi. La nostra stessa nascita ne è prova, perché è l’unione di due individui, non lo sdoppiamento di uno solo.

 

Il linguaggio

Il nostro continuo contatto con altri esseri ha reso fondamentale l’utilizzo del linguaggio, che è nato come risposta al bisogno di mettere delle basi minime comuni su cui gli esseri di una comunità fossero in accordo, come l’importanza della vita, la salvaguardia della stessa.

Anche in questo mondo, quello del linguaggio, possiamo vedere come si conferma la mia teoria sulla molteplicità delle realtà, che non possono esistere in forma oggettiva, infatti un eschimese avrà una trentina di modi per chiamare la neve, mentre noi(inteso qui come europei occidentali medio-meridionali) ne abbiamo solamente un paio: neve, brina… eppure ogni eschimese avrà una percezione diversa di ogni termine, infatti l’interpretazione di una parola e la risposta che ne conseguirà saranno soggettivi, perché legati alla vita di una persona, e quindi alla sua strada della ricerca di completezza. Un eschimese cui è morto il padre nella neve “A” avrà una reazione diversa da uno il quale con lo stesso tipo di neve ha cacciato un orso polare quando gli verrà comunicato l’arrivo di una bufera. Quindi, nonostante il tentativo di unificare le nostre strade, la realtà rimane soggettiva. Un problema interessante sul tema del linguaggio è quello del tentativo di velocizzare all’infinito la comunicazione dei nostri tempi. E questo perché favorendo la velocità e la razionalità grigia e scientifica abbiamo sacrificato la nostra capacità di comunicare con altri esseri viventi e con altri esseri che si possono reputare oggetti, quali ad esempio le piante. Nella fretta patologica della nostra vita, legata indissolubilmente ad un bisogno consumistico di arraffare più prodotti possibili, abbiamo trascurato la nostra discendenza dalla terra, il nostro lato più primitivo. Ci siamo specializzati a parlare più rapidamente ed efficacemente con l’essere umano e con le macchine che esso crea perdendo la capacità, meno sviluppata, o meglio: più lenta, di poter comunicare con ogni altro essere vivente. Da questo ragionamento si deduce infine che, con l’aumentare della velocità e quindi della specializzazione(diminuzione di dialoganti)il linguaggio acquista più efficacia, cioè riesce a far raggiungere sempre più intatto il significato di partenza di una frase a chi ascolta, fino ad arrivare ad una specializzazione tale da permettere all’ascoltatore di comprendere appieno ciò che gli viene comunicato, ma questo solo quando si parla con sé stessi! È una dimostrazione ferrea dell’incomunicabilità parziale che ci affligge e che aumenta all’aumentare del numero e quindi le peculiarità degli ascoltatori. Abbiamo dunque osservato e analizzato la nascita e l’evoluzione di lingue e gerghi.

 

I grandi uomini

Chi sono, ora, questi grandi, i pensatori, i filosofi? Questa risposta è quanto mai banale e complessa nello stesso tempo, infatti, un grande pensatore non è colui che crea un pensiero originale o geniale, bensì colui che lo crea e poi riesce a trasmetterne il più possibile agli altri.

La comunicazione rende famosi alcuni e sconosciuti altri, è per questo che nella nostra realtà il potere tende a impoverire il linguaggio, a mantenere incolta la massa, perché solo in questo modo non ci saranno mai pericolosi pensatori, infatti colui che pensa è il nemico numero uno del potere.

La grandezza del pensiero sta nell’esprimere concetti complicati in parole comprensibili alla massa, senza nessun impoverimento nel contenuto. L’accrescere la propria capacità di comunicazione è un esercizio che richiede anni di lavoro, mai infruttuosi, se si è aperti ad altre possibilità.

 

Come diventare immortali

Questa è forse la domanda che più ci ossessiona, che influenza in maniera subconscia tutto lo scorrere della nostra vita, perché è infondo l’unico denominatore comune che abbiamo, e che è una tappa fondamentale, forse addirittura quella finale, nel raggiungimento della nostra completezza. Si sono trovati molti modi per farlo, chi con una fede, illudendo il cervello, riempiendo il conscio di un sacco di invenzioni irrazionali e contronatura, altri hanno preferito, facilitati dal proprio talento, le vie dell’arte, altri ancora quelle del pensiero. Cos’è infatti un’opera d’arte, sia un libro, un quadro, un palazzo o quant’altro? È semplicemente il mezzo in cui l’artista confida per essere ricordato, per sopravvivere al proprio corpo; per diventare immortale. Occupiamoci del primo caso, in quanto più diffuso e più patologico: la fede cerca di riempire un vuoto; la gente, pensando di non avere potenzialità, oppure(peggio ancora) per non sforzarsi a svilupparle, viene a trovarsi sbarrata la strada dell’immortalità donata da un’opera d’arte(arte è tutto ciò che non serve a procacciarsi cibo o procreare, è il tentativo di esprimere il pensiero tramite la fisicità o le parole) e quindi si costruisce una sorta di vendetta, la resurrezione dopo il giorno del giudizio, in modo da illudersi(sempre e solo nella parte conscia del proprio io, il subconscio rimane integro e non è affetto da questa malattia che chiamano fede ma rimane fedele alla natura insita in ogni essere pensante) di rimanere immortale. Il problema non si pone nemmeno in realtà! Ognuno di noi infatti ha contatti con altri esseri viventi e ne influenza in parte il percorso, a loro volta questi viventi ne influenzeranno e cosi via, la nostra influenza, seppur in modo infinitesimale, è dunque presente in ogni essere pensante. I grandi uomini, riproponiamo una definizione alla luce di quanto detto: grande uomo è colui che sa dare un’influenza maggiore sugli altri e soprattutto un nome o un simbolo a quest’influenza; l’uomo soprattutto, infatti, è un animale simbolico, oltre che sociale.

Sull’amore

Mi sembra importante trattare ora di un tema fondamentale nella nostra vita: l’amore e la relazione tra più persone. Il rapporto in occidente, corrotto dalle fedi e nella chiesa e nel consumismo e nel mercato dell’economia, si basa su una relazione monogamica. Dimostriamo subito l’infondatezza e la stupidità di questo tipo di rapporti: è una verità banale il fatto che tutti gli esseri siano diversi tra loro, quindi ogni essere, in base alla propria storia(che ne condiziona la vita e quindi il presente) susciterà in noi reazioni diverse. Quindi non esiste un solo tipo d’affetto, o rispettivamente di odio, ma tanti quanti gli esseri esistenti. Avere una relazione con una persona significa usarla, usarla in modo da stare bene con la stessa e da avere possibilmente sicurezza. Con una persona si può star bene quando si è vicini, assieme, quando ci si pensa, ma quando non si pensa al proprio partner(vuoi perché non è raggiungibile fisicamente, vuoi per altri mille motivi) lo stare bene assieme non porta niente alla persona, proprio perché non si è assieme e non ci si pensa. Quindi che male ci sarebbe ad avere una relazione con più persone, in modo che in assenza di un partner la persona possa stare bene(in modo diverso, perché le persone sono diverse!) comunque? Se abbiamo a disposizione molte sensazioni, in quanto abbiamo più persone che ci circondano che ci fanno star bene in maniera differente, perché non doverle sfruttare tutte e limitarsi ad un solo tipo di piacere, che, essendo uno, non può essere continuo?

Anche il discorso più islamico dell’harem viene quindi a crollare, infatti i super-uomini non avranno distinzioni e proprietà, proprio perché non avrebbe senso averle. Una donna ha diritto quanto un uomo e quanto qualsiasi altro essere pensante(e quindi vivente) a provare il piacere nelle sue svariate sfumature. Non si trova nel monogamismo una soluzione razionale per un rapporto tra persone, semplicemente in questo modo si limita(per paura o semplicemente per causa di una morale che deriva da una fede che quindi corrompe l’organismo) il contatto umano, rinchiudendosi in un guscio che evita di farci conoscere nuove sensazioni e nuovi esseri viventi(infatti siamo limitati nel tempo, potendo avere una relazione con solo una persona a volta le possibilità di avere delle storie serie e arricchenti cala drasticamente), impedendoci in questo modo di avere nuove conoscenze da applicare al raggiungimento della nostra volontà. Ogni essere umano si potrà emancipare dal cancro delle fedi solamente comprendendo anche questa razionalità, altrimenti non progredirà mai nel proprio sviluppo. Non è difficile capirlo, si tratta solamente di ragionare razionalmente.

Le ideologie

Tornando alla ricerca di oggettivare la realtà, come non potrei parlare della fede. Infatti la religione, o una qualsiasi altra ideologia, non sono altro che il tentativo umano di dare una base comune al nostro essere, le regole minime per vivere in comunità, e quindi le regole cui la nostra personale strada per raggiungere la completezza deve sottostare. Una perdita di indipendenza e possibilità di sviluppo per evitare quelli che sono stati definiti gli aspetti negativi della vita. Qui bisognerebbe aprire una grandissima parentesi, che non mi sento in grado di sviluppare, ma che tenterò di riassumere brevemente.

 

Nietzsche

Secondo Nietzsche(di cui condivido il pensiero) , grandissimo filosofo e innovatore del pensiero, nemico di ogni ideologia e fede in quanto distorcimenti e riduzioni della realtà. Infatti, dicendo che esistono il bene e il male non facciamo che descrivere il mondo, ma accettando solo il bene non accogliamo che metà di esso, e quindi la nostra vita è incompleta. La vita è completa solamente quando accetta di buon grado ogni aspetto, perché solo in questo modo si può diventare completi, non certo accettandone solo una metà e rifiutando nettamente l’altra.

Dunque la vita sociale e le regole che ci siamo auto-imposti non sono altro che diminuzioni della possibilità di “manovra”che abbiamo per poter giungere allo svolgimento della volontà, ora, non mi si prenda per un liberista,perché secondo questa ideologia la realtà non dev’essere soggetta a norme statali solo perché essa deve sottostare intermente al mercato, si vengono quindi a creare nuove regole cui sottostare.

 

Le ideologie

Sulle origini delle ideologie c’è ancora molto da dire, nello stato attuale delle cose, e cioè nello stato décadent in cui ci troviamo, quello che ci fa rifiutare il male, è impossibile per un essere vivente raggiungere la perfezione, la fede in dio o in dei non è quindi nient’altro che una consolazione, il pensare: beh, sono umano e quindi imperfetto, ma se nascevo sull’olimpo ero perfetto. Ora, noterete senza difficoltà il fatto che così dicendo l’uomo si rassegna all’imperfezione e rafforza la divisione del mondo e l’accettazione di solo metà di esso, in quanto si viene così a creare una religione, che separa cattivi e buoni e che afferma che la perfezione esiste già, rendendo vano il tentativo da parte dell’uomo di raggiungerla. Infatti l’uomo non può aspirare a diventare una divinità, ma al massimo di sederle vicino.

Molto più sano e razionale sarebbe invece credere e lottare per un superuomo che non esiste ma che esisterà in futuro, quando accetterà gli altri esseri viventi, le loro azioni e le risposte che il loro comportamento crea nell’uomo stesso come realtà unica e propria, soggettiva, e non separandolo in bene e male.

Questo passaggio può risultare contorto, ma analizziamo ciò che descrive la definizione di male, o quella antitetica ma uguale di bene: le azioni degli altri, gli altri, e le nostre reazioni(e quindi le nostre azioni e quindi noi). Insomma il mondo, infatti tutto è classificabile in una di queste categorie.

Proprio il dividere, catalogare, i vari aspetti della vita e della realtà non è altro che un altro sforzo per cercare un’oggettività. La paura di essere isolati dai nostri simili è molto più accentuata in noi, in quanto animali sociali, ed è per questo che si è disposti addirittura a distorcere la razionalità più ovvia, ossia che un intero senza una parte non è più intero, pur di trovare un legame con coloro con cui ci è più facile comunicare. Questo riduce la cerchia di esseri viventi, non solo escludiamo i non umani, ma anche le popolazioni lontane con cui è più difficile comunicare, ed è per questo che al mondo non esiste un'unica ideologia, un'unica religione, ma diverse, e tutte simili, anzi, se ridotte ai minimi termini identiche, ma con sviluppi diversi legati alle peculiarità dei popoli che le hanno create. Il cristianesimo ritiene il popolo che crede in Dio eletto, l’islam lo stesso, l’ebraismo lo stesso, tutte predicano la purificazione, ossia l’osservazione di determinate regole da seguire durante il proprio tragitto, la quale permette di raggiungere la meta.

 

La Storia

Giunti a questo punto mi sembra opportuno valutare il fatto che nella nostra vita coesistono passato, presente e futuro, ossia gli insegnamenti che possiamo trarre dalla Storia per cercare di raggiungere più rapidamente, o almeno avvicinarsi maggiormente, alla perfezione.

Il problema che subito salta all’occhio è l’incomunicabilità: se ognuno di noi ha un approccio diverso al linguaggio, se ognuno di noi reagisce in maniera diversa(in funzione delle passate esperienze o delle notizie ricevute) ad uno stesso stimolo, com’è possibile trarre un insegnamento dalla Storia? Com’è possibile comprendere appieno il messaggio che ci comunicano i filosofi?

Ebbene, secondo me non è possibile, semplicemente. Il fatto che l’interpretazione di un fatto o di un pensiero è forzatamente soggettiva, essendo inesistente l’oggettività, implica che ciò che il filosofo voleva comunicare verrà adattato alla vita del suo lettore, che il fatto storico avrà tante interpretazioni quanti esseri sono giunti in suo contatto, vivendolo o semplicemente ricevendo informazioni. Ora, non vorrei spingermi ad affermare che i fatti storici non esistono ma esistono solo le loro interpretazioni, ma quello che penso sia fondamentale è che il fatto storico, il pensiero in sé, non portano a niente. È solo il lavoro di analisi, l’interpretazione, che portano un insegnamento che verrà ignorato o applicato nella propria vita. Questo significa che l’unica cosa oggettiva, ossia il testo originale o il fatto storico in sé, l’unica cosa che ci accomuna tutti, è inutile, anzi, inesistente. Perché ogni volta che si viene a conoscenza di qualcosa si ha una reazione, e quindi si prende posizione, non è possibile non avere reazioni di fronte ad un essere, anche la neutralità è una presa di posizione. Quindi paradossalmente io non saprò mai che la Svizzera è l’ultimo paese dell’Europa occidentale ad aver concesso il voto alle donne, ma saprò il mio parere su quel fatto(il ché significa che io conoscerò il fatto ma lo conoscerò sotto una certa ottica), o il parere di chi me l’ha comunicato, o ancora: leggendo il libro di un filosofo mi resteranno impressi determinati passaggi, che possono influenzare la mia vita futura o che riguardano il mio passato, e il mio approccio a questo pensatore sarà sicuramente diverso da quello di un qualsiasi altro essere vivente.

 

Le scienze in generale

Mi sembra opportuno fare ora un piccolo esercizio logico, razionale, partendo dai concetti che ho esplicato fino ad ora e avendo come parola chiave le scienze in generale, dobbiamo tentare di allestire una piccola analisi delle scienze e del motivo della loro nascita. Come scienze sono intese, largamente, sia quelle sociali che quelle esatte, infatti tutte e due queste categorie, che meriterebbero uno studio particolare, hanno lo stesso obbiettivo e sono nate per le stesse esigenze: unificare l’uomo.

 

  • Le scienze esatte

Le materie come la chimica, ma anche in parte la biologia, che è un miscuglio di scienza sociale e scienza esatta, sono nate grazie all’esigenza di dover classificare tutto, tracciare dei limiti, dei confini, perché è solo in questo modo che un individuo si sente protetto. Dormire all’aperto piace poco, meglio avere dei solidi muri tra noi e la notte. Quindi, come giustificare in modo migliore la nostra mania di etichettare se non con delle leggi astratte, delle particelle invisibili che ci accomunano tutti?

La matematica e la fisica sono parte di questo discorso, una parte portata all’estremo. Voglio sottolineare che nessuno si sognerebbe di fare quello che sto facendo io ora, e cioè attaccare la “razionalità” pura, la matematica, in quanto base di partenza per un’interpretazione sbagliata e determinata dalle nostre paure del mondo. Mi spiegherò meglio e la spiegazione partirà da lontano: l’essere umano ha paura dell’infinito, dell’ignoto, del diverso, come in fondo è giusto che sia(solo in maniera non patologica, intendiamoci) ed è per questo che tende a tracciare dei limiti. Il problema si pone nel momento in cui si scopre che queste divisioni non sono solo fittizie, ma totalmente sbagliate. Le popolazioni, le civiltà. Tutto sbagliato! Le civiltà esistono grazie ad una colla che riesce a tenere assieme la gente, e spesso, oserei dire sempre fino ad ora, questa colla è stata una fede, che è una cosa dannosa e irrazionale. Le divisioni tra uomini esistono, ma non sono tra popolazioni, bensì tra singole persone. Come abbiamo visto, l’oggettività non esiste, tentare quindi di oggettivare alcuni valori, come fatto tramite le religioni per i “popoli” è solamente dannoso. Questo cosa c’entra con la matematica?, starete pensando, ebbene, la matematica dovrebbe essere quel mondo oggettivo, in cui tutti possono riconoscersi, e quindi trovare un punto in comune. Tra un cinese e un sudafricano non cambierà il 2+2=4. Un modo per riconoscersi entrambi esseri umani e non sentirsi soli, sperduti, non subire il terrore che si pensa subisca l’uomo libero ed emancipato(non individualista ma individuo e individuale).

 

  • Le scienze sociali

Queste discipline arginano la stessa paura, anzi, sfruttando il mondo oggettivo creato da scienze esatte e fedi(che incollano parti di umanità o l’umanità tutta) e cioè studiando le civiltà e i loro sviluppi danno al tipico uomo décadent la certezza di appartenere ad un insieme più vasto, che lo protegge dal diverso. Il tutto, lettori, mi sembra a dir poco scandaloso: nella nostra esistenza diamo un posto privilegiato e importante proprio a ciò che ci frena da un riscatto individuale(inteso come capacità di avanzare senza freni sulla strada del compimento della volontà). Il peggio è che si è fatto tutto questo a scapito dello studio e del ragionamento sulla filosofia, sul contesto(forzatamente corrotto da fedi varie e luoghi comuni quali le civiltà) dei vari pensatori e quindi sulla possibilità di estrarre qualcosa di buono nel nostro contesto(altrettanto malato) per cercare di evolverci.

 

L’importanza della filosofia

Ci tocca quindi brevemente analizzare l’importanza di una disciplina spesso bistrattata e trascurata. Questo accanimento su una scelta di vita, perché la filosofia è questo, si può spiegare facilmente: in un mondo come il nostro, ancora diviso in civiltà e fedi, esiste ed è sfruttata la possibilità di comandare gli altri, di dire ciò che è meglio per loro e le regole da seguire per convivere. È questo il senso unico della fede, non la salvezza ultraterrena o che so io, ma il potere agli ideatori della fede. Per questo Marx e Nietzsche si batterono ferocemente contro gli ideali. La filosofia è la chiave della completezza, solo tramite questo percorso si potrà arrivare facilmente alla completezza dell’essere. Imparando a ragionare, ciascuno a modo proprio, e quindi recependo(ognuno in modo proprio, in quanto il messaggio originale non arriverà mai completo, ma solo in scaglie, perché ognuno recepisce soprattutto ciò che gli fa comodo o comunque ciò che lo riguarda) un suggerimento per vivere aspirando alla completezza. È sempre il solito discorso, in tutti i capitoli, ma va fatto. La filosofia come percorso di vita per arrivare al compimento della nostra volontà, perché c’è della filosofia in tutto, è il modo di fare che cambia, non il risultato, ma è proprio il mezzo che conta e che è influenzato dalla filosofia, il fine è sempre identico.

 

Individualità e non individualismo

Si tratta ora di distinguere bene tra due concetti che sono alla base di due correnti di pensiero che erroneamente si potrebbero ritenere simili: il liberalismo e il mio pensiero(come evoluzione del comunismo e negazione delle ideologie). L’importanza dell’individuo, la sua singolarità e l’impossibilità relativa(a dipendenza di chi ascolta, in ogni caso non si giungerà mai tra due individui agli estremi: ossia il poter trasmettere la totalità del proprio messaggio e il non riuscire a comunicare niente)di comunicare non devono infatti trarre ad una conclusione del tutto fasulla e irrazionale: l’individualismo. Chi va professando, come i liberali e i liberisti, questa ideologia, oltre ad essere in torto per il fatto di propagandare una fede, nega anche il fatto, palese, che l’uomo sia un animale sociale e come tale debba evolversi. Non possiamo infatti tollerare una qualsiasi negazione di questa realtà, un individuo non potrà mai essere completo se solo, perché non potrà mai accedere a tutte le sensazioni e il bagaglio di esperienze e conoscenze che ci procura il rapporto con altri esseri viventi. Questa ovvia osservazione ci costringere ad escludere tutte le teorie e filosofie di vita che prevedano l’isolamento dal resto degli esseri, e quindi a professare e ribadire concetti ormai logori come il collettivismo o, ad esempio, che l’emancipazione degli esseri dalle fedi avverrà in un processo collettivo, perché nessuno è libero se gli altri sono schiavi(esempio: in amore, se una persona è emancipata e quindi poligamica ma tutti gli altri sono assoggettati dalla monogamia la persona poligamica non avrà nella pratica la possibilità di sviluppare le proprie relazioni, stessa cosa se un gruppo di persone e non la totalità degli esseri pensanti fossero emancipati).

La società che sogno

Dopo queste premesse mi sembra giusto concludere mostrando la mia speranza per l’umanità.

Io credo e lotto fermamente per creare un mondo in cui tutti abbiano le stesse possibilità di sviluppare il proprio talento, unica strada per giungere alla completezza. Avere le stesse possibilità significa non avere limitazioni di sorta, siano esse di fede, finanziarie o di tempo utile allo sviluppo personale. Quello che sto dicendo è che insomma le nostre strade non debbono avere limitazione alcuna nella possibilità di snodarsi verso la perfezione, ma appunto perché non debbano avere limiti non debbono essere intralciate con prepotenza da altri esseri viventi.

Insomma, sempre partendo con le stesse possibilità, una persona non deve per forza sostenerne un’altra, avendo la completa libertà di sviluppare il proprio talento e la propria strada chiunque non fosse in grado di farlo, cioè non volesse farlo, perché non incapperebbe in limitazione esterna alcuna, è un debole, anzi, non merita di vivere. Questo non è in nessun modo da intendersi come nazismo, liberismo o che so io, semplicemente il punto in cui io divergo dai comunisti, e con comunisti intendo sia statalisti che anarchici, è che il parassita debba essere eliminato sempre, e non solo durante la rivoluzione. Il punto fondamentale del disaccordo è la santificazione del popolo, sembrerebbe che con l’abbattimento della borghesia il mondo sia finalmente libero dai parassiti, non è per niente vero! Non si può generalizzare santificando il popolo e demonizzando la borghesia, perché in questo modo non si creerebbe che una nuova religione, una nuova fede, nel popolo e non in Dio, ma sempre di fede si tratta, e sappiamo bene la nocività di una fede per la ricerca della completezza. Per concludere cercando di spiegarmi al meglio: un mondo in cui tutti abbiano le stesse possibilità, e chi non le sfrutti soccomba solo, come giusto, in quanto è sua propria la decisione di non sviluppare il proprio talento nella strada che porta al completamento della volontà, e quindi è una scelta che si auto-impone di morire, di non essere più. Mi si potrebbe dire che allora io sia favorevole al suicidio al giorno d’oggi: io non sono mai favorevole alla violenza su un essere vivente, in quanto imposizione estranea allo stesso che gli impone forzatamente un cambio di strada, inoltre, e questo è il perno della mia distanza da nazismo e liberismo, oggi non si hanno possibilità uguali per tutti, ossia al giorno d’oggi siamo vittime, consapevoli o meno, di continue interferenze, non contatti, che arricchiscono, ma interferenze, ossia siamo vittime di fedi e imposizioni che non ci permettono di sviluppare la nostra vita in completa libertà, ma proprio per questo anche la decisione della morte ci è imposta e non è una nostra decisione presa in completa consapevolezza(meritando quindi di essere ascoltata e accettata), come lo sarebbe invece nel mondo che io sogno.

 

Perché mi sento(e quindi sono, nella mia realtà) migliore di Marx e Nietzsche

Il motivo è semplice. Io riesco ad unire i due più grandi pensatori(Freud è il terzo) della storia della nostra specie e analizzare aspetti lasciati in penombra da loro. Ossia: io tratto di psicologia, che è la base di ogni comportamento dell’individuo e quindi sta alle origini della Storia, della filosofia e della sociologia, quindi anche della politica. Marx invece si ferma all’economia, alla politica, alla Storia e alla filosofia. Nietzsche sviluppa meglio lo studio della vita del singolo individuo ma lascia troppo in sospeso quella dello sviluppo collettivo e di campi fondamentali come l’amore.

Critiche alla mia visione


Una delle poche critiche che vedo possibile muovere alla mia visione è: ma se neghi l’oggettività, come mai tutti noi dovremmo aspirare alla completezza?

Beh, mi sembra una critica ragionata, ma non solida.

Infatti quello che sostengo è che il fine è uguale per tutti, non la partenza né il mezzo, che sono la nostra vita, e quindi la nostra realtà. Quello che conta è il viaggio, non la meta.

 

La seconda è: ma se tutte le nostre vite sono delle strade tese alla completezza, non siamo forse simili, non è quindi instaurata un’obbiettività? La risposta alla prima calza pienamente alla seconda. Non è il cos’è la nostra vita in senso generale che ci fa evolvere, ma il come la si vive, e cioè in maniera soggettiva.

 

Un’ultima obbiezione potrebbe essere: ma se combatti gli ideali, non rischi che con questa tua ricetta di un mondo libero si crei una nuova fede? Questo è il rischio che corro cercando di spargere la mia verità, ma ne pongo anche un freno subito, dicendo di non credere ciecamente in un’ideale, perché acceca e ci fa distorcere la realtà, inoltre consiglio di studiare filosofia, e quindi non solo i miei testi, perché solo in questo modo possiamo smettere di credere e cominciare a ragionare.

 

 

 

 

 

6-7 novembre  2006

Mosè Cometta “mosi coda di lupo” 

Devoggio


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mistero sulla morte di un uomo travolto sull'A2

Mistero sulla morte di un uomo travolto sull’A2

 

La montagna di fronte a me tace, scura; gli spari cominceranno a breve e siamo tutti e due in attesa. Un passo, i licheni su un sasso che mi sorridono spaventati, non vogliono averne a che fare. Il falco vola raso sugli alberi, come un elicottero della guerra irachena, la guerra dei mille morti, si, al giorno. I miei polmoni si riempiono e si svuotano come il caveau di una banca svizzera di Panama, quei piccoli atomi di ossigeno giocano ad urtarmi le pareti dei polmoni scendendo in picchiata giù giù fino alle radici più profonde del mio essere interiore. Alito condensato, non è una pubblicità; semplicemente l’aria consumata che espiro, carcerata che rivede il sole non più zebrato a sbarre dopo quindi ergastoli e tre condanne a morte: senza sapere che fare.

Un passo alla mia sinistra, ho sentito un ramo scricchiolare sotto il peso di uno scarpone armato; meglio spostarsi finché le nuvole nere coprono la mia fuga da latitante.

Il colpo grosso l’ho fatto anche io: falso in bilancio. Tre mogli cristiane. Per fortuna non mi sposerò mai, ma intanto il piano suona nella mia testa e l’eco delle note rimbombando cresce e si amplifica in un orgasmo di magie colorate ma mute.

Muretto di bottiglie in pet, meglio girarci intorno e aspettare che i tank nazisti passino verso est a consumarsi nella violenza della Storia, io rimango e ho intenzione di non farmi prendere.

Uno sparo.

Mi guardo intorno, i miei compagni ci sono tutti, tutti interi, sarà stato un nibbio, un fagiano; chiniamo tutti la testa, un albero alza le chiome e colpisce violentemente lo stato creando l’ennesima dittatura assurda e noi ci ritroviamo soli a dirigere la messa di questo culto ancestrale della morte.

Il libro che sta leggendo mastro talpa è consumato e illeggibile, l’unica parola leggibile ancora è: Il capitale, Karl Marx, libro primo, articolo secondo, tre stella! Ti ho preso.

Di colpo un colpo mi colpisce il cervello. Sono io il morto! Il prurito nella schiena è il foro del proiettile del soldato-cacciatore-capelli-corti-e-barba-mal-fatta. Gli occhi spenti e la sigaretta viva; l’assassino mi osserva con la faccia della tartaruga che attacca, improvvisamente mi ritrovo morto, le stranezze della vita!

“Non fate afflosciare la montagna!” faccio in tempo a gridare prima di essere ammanettato da due angeli in divisa.

Cosi si conclude questa storia che non ha inizio ma soprattutto fine, gli occhi si aprono pronti ad un nuovo giorno, arretra d’improvviso il subconscio alla vista del muro ipocrita del nostro io.

 

 

mosi coda di lupo     tšéškêhevá'se  hó'nehe  [cheyenne]

Devoggio 30 novembre 2006


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mercoledì, 22 novembre 2006

la realtà e la volontà

questa è la mia analisi della realtà.

 

 

La realtà e la volontà

 

Indice:

1.     La volontà

2.     Le emozioni

3.     Il linguaggio

4.     I grandi uomini

5.     Le ideologie

6.     Nietzsche

7.     Le ideologie

8.     La Storia

9.     Le scienze in generale

·         Le scienze esatte

·         Le scienze sociali

10. L’importanza della filosofia

11. La società che sogno

12. Critiche alla mia visione

 

La volontà

La realtà esiste perché le cose hanno un senso nello svolgimento della mia volontà, infatti se io non esistessi, se non avessi una volontà(e quindi il tentativo di giungere al compimento di questa volontà interagendo con il mondo) la realtà per me non esisterebbe, perché io non sarei, le cose acquistano senso e quindi iniziano ad esistere quando contano qualcosa nello svolgimento della mia volontà.

Non c’è quindi una sola realtà, ma tante quanti sono gli esseri viventi, e cioè gli esseri dotati di volontà propria.

Ora, mi sento in dovere di fare una piccola esplicazione del significato del concetto che chiamo volontà: per me la volontà, cioè la ricerca di completezza, comprende sia la sfera conscia che quella inconscia ed è lo stato in cui la nostra essenza sarà completa, il nostro essere sarà perfetto, il diventare dèi, per farla in breve.

Ovviamente questo implica che non esista il fato, o destino, in quanto tutto è deciso dalla nostra volontà, tutto è causa ovvia delle nostre azioni, che sono tese allo raggiungimento della nostra volontà, e così cadere a terra è conseguenza logica e matematica del fatto che si camminava disattenti, magari perché si pensava, e pensare significa dettagliare il percorso che porta al raggiungimento della nostra volontà. Lo stesso fatto del camminare implica una volontà, prendiamo ad esempio una persona che vada a comprarsi un vestito. Camminerà per farlo, e quindi l’azione del camminare sarà conseguenza del fatto che voglia andare a comprare un vestito, che causerà un momento di felicità, che a sua volta contribuirà all’avanzamento sul percorso della completezza.

La stessa morte fisica è la risposta che il nostro corpo emette quando si sente completo, sufficientemente vissuto, ma che non comporta forzatamente la completezza dell’essenza, dell’anima, o di quel tocco vitale che ci permette di non essere solo bios ma anche psyché.

Ora, non pensiate che io veda l’uomo come chiuso in una camera stagna, senza nessun contatto con il mondo esterno, anzi, me ne guardo bene, infatti le nostre vite, le strade tese alla completezza, si incrociano continuamente, e da questi contatti con il resto degli esseri, inerti o con volontà, siamo continuamente influenzati.

 

Le emozioni

Le nostre emozioni, le nostre passioni, non sono altro che un tratto della strada che ci porterà alla perfezione, una risposta agli stimoli esterni con conseguente variazione del tragitto, ma mai della meta, che rimane oggettivamente uguale, e cioè la completezza dell’essere. Le emozioni potrebbero avere come definizione: la reazione che si scatena tenendo conto del vissuto dell’individuo che le prova e che si crea grazie ad uno stimolo esterno all’individuo stesso. Infatti sfido qualsiasi persona a dimostrarmi di poter provare un’emozione senza che essa sia in un qualche modo legata ad uno stimolo, una storia, un fatto, una frase, che sono state recepite o magari vissute dalla persona, ma mai da sola. Questa è un’ulteriore dimostrazione del fatto che l’essere vivente, in particolare l’essere umano, è un animale sociale e solo grazie al contatto e al confronto con il resto del mondo si è evoluto, incappando talvolta, oserei dire spesso, in errori giganteschi. Ma anche la direzione verso cui l’umanità si dirige, e cioè una capacità sempre più rapida di comunicare, diventa un valido testimone delle mie tesi. La nostra stessa nascita ne è prova, perché è l’unione di due individui, non lo sdoppiamento di uno solo.

 

Il linguaggio

Il nostro continuo contatto con altri esseri ha reso fondamentale l’utilizzo del linguaggio, che è nato come risposta al bisogno di mettere delle basi minime comuni su cui gli esseri di una comunità fossero in accordo, come l’importanza della vita, la salvaguardia della stessa.

Anche in questo mondo, quello del linguaggio, possiamo vedere come si conferma la mia teoria sulla molteplicità delle realtà, che non possono esistere in forma oggettiva, infatti un eschimese avrà una trentina di modi per chiamare la neve, mentre noi(inteso qui come europei occidentali medio-meridionali) ne abbiamo solamente un paio: neve, brina… eppure ogni eschimese avrà una percezione diversa di ogni termine, infatti l’interpretazione di una parola e la risposta che ne conseguirà saranno soggettivi, perché legati alla vita di una persona, e quindi alla sua strada della ricerca di completezza. Un eschimese cui è morto il padre nella neve “A” avrà una reazione diversa da uno il quale con lo stesso tipo di neve ha cacciato un orso polare quando gli verrà comunicato l’arrivo di una bufera. Quindi, nonostante il tentativo di unificare le nostre strade, la realtà rimane soggettiva. Un problema interessante sul tema del linguaggio è quello del tentativo di velocizzare all’infinito la comunicazione dei nostri tempi. E questo perché favorendo la velocità e la razionalità grigia e scientifica abbiamo sacrificato la nostra capacità di comunicare con altri esseri viventi e con altri esseri che si possono reputare oggetti, quali ad esempio le piante. Nella fretta patologica della nostra vita, legata indissolubilmente ad un bisogno consumistico di arraffare più prodotti possibili, abbiamo trascurato la nostra discendenza dalla terra, il nostro lato più primitivo. Ci siamo specializzati a parlare più rapidamente ed efficacemente con l’essere umano e con le macchine che esso crea perdendo la capacità, meno sviluppata, o meglio: più lenta, di poter comunicare con ogni altro essere vivente. Da questo ragionamento si deduce infine che, con l’aumentare della velocità e quindi della specializzazione(diminuzione di dialoganti)il linguaggio acquista più efficacia, cioè riesce a far raggiungere sempre più intatto il significato di partenza di una frase a chi ascolta, fino ad arrivare ad una specializzazione tale da permettere all’ascoltatore di comprendere appieno ciò che gli viene comunicato, ma questo solo quando si parla con sé stessi! È una dimostrazione ferrea dell’incomunicabilità parziale che ci affligge e che aumenta all’aumentare del numero e quindi le peculiarità degli ascoltatori. Abbiamo dunque osservato e analizzato la nascita e l’evoluzione di lingue e gerghi.

 

I grandi uomini

Chi sono, ora, questi grandi, i pensatori, i filosofi? Questa risposta è quanto mai banale e complessa nello stesso tempo, infatti, un grande pensatore non è colui che crea un pensiero originale o geniale, bensì colui che lo crea e poi riesce a trasmetterne il più possibile agli altri.

La comunicazione rende famosi alcuni e sconosciuti altri, è per questo che nella nostra realtà il potere tende a impoverire il linguaggio, a mantenere incolta la massa, perché solo in questo modo non ci saranno mai pericolosi pensatori, infatti colui che pensa è il nemico numero uno del potere.

La grandezza del pensiero sta nell’esprimere concetti complicati in parole comprensibili alla massa, senza nessun impoverimento nel contenuto. L’accrescere la propria capacità di comunicazione è un esercizio che richiede anni di lavoro, mai infruttuosi, se si è aperti ad altre possibilità.

 

Le ideologie

Tornando alla ricerca di oggettivare la realtà, come non potrei parlare della fede. Infatti la religione, o una qualsiasi altra ideologia, non sono altro che il tentativo umano di dare una base comune al nostro essere, le regole minime per vivere in comunità, e quindi le regole cui la nostra personale strada per raggiungere la completezza deve sottostare. Una perdita di indipendenza e possibilità di sviluppo per evitare quelli che sono stati definiti gli aspetti negativi della vita. Qui bisognerebbe aprire una grandissima parentesi, che non mi sento in grado di sviluppare, ma che tenterò di riassumere brevemente.

 

Nietzsche

Secondo Nietzsche(di cui condivido il pensiero) , grandissimo filosofo e innovatore del pensiero, nemico di ogni ideologia e fede in quanto distorcimenti e riduzioni della realtà. Infatti, dicendo che esistono il bene e il male non facciamo che descrivere il mondo, ma accettando solo il bene non accogliamo che metà di esso, e quindi la nostra vita è incompleta. La vita è completa solamente quando accetta di buon grado ogni aspetto, perché solo in questo modo si può diventare completi, non certo accettandone solo una metà e rifiutando nettamente l’altra.

Dunque la vita sociale e le regole che ci siamo auto-imposti non sono altro che diminuzioni della possibilità di “manovra”che abbiamo per poter giungere allo svolgimento della volontà, ora, non mi si prenda per un liberista,perché secondo questa ideologia la realtà non dev’essere soggetta a norme statali solo perché essa deve sottostare intermente al mercato, si vengono quindi a creare nuove regole cui sottostare.

 

Le ideologie

Sulle origini delle ideologie c’è ancora molto da dire, nello stato attuale delle cose, e cioè nello stato décadent in cui ci troviamo, quello che ci fa rifiutare il male, è impossibile per un essere vivente raggiungere la perfezione, la fede in dio o in dei non è quindi nient’altro che una consolazione, il pensare: beh, sono umano e quindi imperfetto, ma se nascevo sull’olimpo ero perfetto. Ora, noterete senza difficoltà il fatto che così dicendo l’uomo si rassegna all’imperfezione e rafforza la divisione del mondo e l’accettazione di solo metà di esso, in quanto si viene così a creare una religione, che separa cattivi e buoni e che afferma che la perfezione esiste già, rendendo vano il tentativo da parte dell’uomo di raggiungerla. Infatti l’uomo non può aspirare a diventare una divinità, ma al massimo di sederle vicino.

Molto più sano e razionale sarebbe invece credere e lottare per un superuomo che non esiste ma che esisterà in futuro, quando accetterà gli altri esseri viventi, le loro azioni e le risposte che il loro comportamento crea nell’uomo stesso come realtà unica e propria, soggettiva, e non separandolo in bene e male.

Questo passaggio può risultare contorto, ma analizziamo ciò che descrive la definizione di male, o quella antitetica ma uguale di bene: le azioni degli altri, gli altri, e le nostre reazioni(e quindi le nostre azioni e quindi noi). Insomma il mondo, infatti tutto è classificabile in una di queste categorie.

Proprio il dividere, catalogare, i vari aspetti della vita e della realtà non è altro che un altro sforzo per cercare un’oggettività. La paura di essere isolati dai nostri simili è molto più accentuata in noi, in quanto animali sociali, ed è per questo che si è disposti addirittura a distorcere la razionalità più ovvia, ossia che un intero senza una parte non è più intero, pur di trovare un legame con coloro con cui ci è più facile comunicare. Questo riduce la cerchia di esseri viventi, non solo escludiamo i non umani, ma anche le popolazioni lontane con cui è più difficile comunicare, ed è per questo che al mondo non esiste un'unica ideologia, un'unica religione, ma diverse, e tutte simili, anzi, se ridotte ai minimi termini identiche, ma con sviluppi diversi legati alle peculiarità dei popoli che le hanno create. Il cristianesimo ritiene il popolo che crede in Dio eletto, l’islam lo stesso, l’ebraismo lo stesso, tutte predicano la purificazione, ossia l’osservazione di determinate regole da seguire durante il proprio tragitto, la quale permette di raggiungere la meta.

 

La Storia

Giunti a questo punto mi sembra opportuno valutare il fatto che nella nostra vita coesistono passato, presente e futuro, ossia gli insegnamenti che possiamo trarre dalla Storia per cercare di raggiungere più rapidamente, o almeno avvicinarsi maggiormente, alla perfezione.

Il problema che subito salta all’occhio è l’incomunicabilità: se ognuno di noi ha un approccio diverso al linguaggio, se ognuno di noi reagisce in maniera diversa(in funzione delle passate esperienze o delle notizie ricevute) ad uno stesso stimolo, com’è possibile trarre un insegnamento dalla Storia? Com’è possibile comprendere appieno il messaggio che ci comunicano i filosofi?

Ebbene, secondo me non è possibile, semplicemente. Il fatto che l’interpretazione di un fatto o di un pensiero è forzatamente soggettiva, essendo inesistente l’oggettività, implica che ciò che il filosofo voleva comunicare verrà adattato alla vita del suo lettore, che il fatto storico avrà tante interpretazioni quanti esseri sono giunti in suo contatto, vivendolo o semplicemente ricevendo informazioni. Ora, non vorrei spingermi ad affermare che i fatti storici non esistono ma esistono solo le loro interpretazioni, ma quello che penso sia fondamentale è che il fatto storico, il pensiero in sé, non portano a niente. È solo il lavoro di analisi, l’interpretazione, che portano un insegnamento che verrà ignorato o applicato nella propria vita. Questo significa che l’unica cosa oggettiva, ossia il testo originale o il fatto storico in sé, l’unica cosa che ci accomuna tutti, è inutile, anzi, inesistente. Perché ogni volta che si viene a conoscenza di qualcosa si ha una reazione, e quindi si prende posizione, non è possibile non avere reazioni di fronte ad un essere, anche la neutralità è una presa di posizione. Quindi paradossalmente io non saprò mai che la Svizzera è l’ultimo paese dell’Europa occidentale ad aver concesso il voto alle donne, ma saprò il mio parere su quel fatto(il ché significa che io conoscerò il fatto ma lo conoscerò sotto una certa ottica), o il parere di chi me l’ha comunicato, o ancora: leggendo il libro di un filosofo mi resteranno impressi determinati passaggi, che possono influenzare la mia vita futura o che riguardano il mio passato, e il mio approccio a questo pensatore sarà sicuramente diverso da quello di un qualsiasi altro essere vivente.

 

Le scienze in generale

Mi sembra opportuno fare ora un piccolo esercizio logico, razionale, partendo dai concetti che ho esplicato fino ad ora e avendo come parola chiave le scienze in generale, dobbiamo tentare di allestire una piccola analisi delle scienze e del motivo della loro nascita. Come scienze sono intese, largamente, sia quelle sociali che quelle esatte, infatti tutte e due queste categorie, che meriterebbero uno studio particolare, hanno lo stesso obbiettivo e sono nate per le stesse esigenze: unificare l’uomo.

 

  • Le scienze esatte

Le materie come la chimica, ma anche in parte la biologia, che è un miscuglio di scienza sociale e scienza esatta, sono nate grazie all’esigenza di dover classificare tutto, tracciare dei limiti, dei confini, perché è solo in questo modo che un individuo si sente protetto. Dormire all’aperto piace poco, meglio avere dei solidi muri tra noi e la notte. Quindi, come giustificare in modo migliore la nostra mania di etichettare se non con delle leggi astratte, delle particelle invisibili che ci accomunano tutti?

La matematica e la fisica sono parte di questo discorso, una parte portata all’estremo. Voglio sottolineare che nessuno si sognerebbe di fare quello che sto facendo io ora, e cioè attaccare la “razionalità” pura, la matematica, in quanto base di partenza per un’interpretazione sbagliata e determinata dalle nostre paure del mondo. Mi spiegherò meglio e la spiegazione partirà da lontano: l’essere umano ha paura dell’infinito, dell’ignoto, del diverso, come in fondo è giusto che sia(solo in maniera non patologica, intendiamoci) ed è per questo che tende a tracciare dei limiti. Il problema si pone nel momento in cui si scopre che queste divisioni non sono solo fittizie, ma totalmente sbagliate. Le popolazioni, le civiltà. Tutto sbagliato! Le civiltà esistono grazie ad una colla che riesce a tenere assieme la gente, e spesso, oserei dire sempre fino ad ora, questa colla è stata una fede, che è una cosa dannosa e irrazionale. Le divisioni tra uomini esistono, ma non sono tra popolazioni, bensì tra singole persone. Come abbiamo visto, l’oggettività non esiste, tentare quindi di oggettivare alcuni valori, come fatto tramite le religioni per i “popoli” è solamente dannoso. Questo cosa c’entra con la matematica?, starete pensando, ebbene, la matematica dovrebbe essere quel mondo oggettivo, in cui tutti possono riconoscersi, e quindi trovare un punto in comune. Tra un cinese e un sudafricano non cambierà il 2+2=4. Un modo per riconoscersi entrambi esseri umani e non sentirsi soli, sperduti, non subire il terrore che si pensa subisca l’uomo libero ed emancipato(non individualista ma individuo e individuale).

 

  • Le scienze sociali

Queste discipline arginano la stessa paura, anzi, sfruttando il mondo oggettivo creato da scienze esatte e fedi(che incollano parti di umanità o l’umanità tutta) e cioè studiando le civiltà e i loro sviluppi danno al tipico uomo décadent la certezza di appartenere ad un insieme più vasto, che lo protegge dal diverso. Il tutto, lettori, mi sembra a dir poco scandaloso: nella nostra esistenza diamo un posto privilegiato e importante proprio a ciò che ci frena da un riscatto individuale(inteso come capacità di avanzare senza freni sulla strada del compimento della volontà). Il peggio è che si è fatto tutto questo a scapito dello studio e del ragionamento sulla filosofia, sul contesto(forzatamente corrotto da fedi varie e luoghi comuni quali le civiltà) dei vari pensatori e quindi sulla possibilità di estrarre qualcosa di buono nel nostro contesto(altrettanto malato) per cercare di evolverci.

 

L’importanza della filosofia

Ci tocca quindi brevemente analizzare l’importanza di una disciplina spesso bistrattata e trascurata. Questo accanimento su una scelta di vita, perché la filosofia è questo, si può spiegare facilmente: in un mondo come il nostro, ancora diviso in civiltà e fedi, esiste ed è sfruttata la possibilità di comandare gli altri, di dire ciò che è meglio per loro e le regole da seguire per convivere. È questo il senso unico della fede, non la salvezza ultraterrena o che so io, ma il potere agli ideatori della fede. Per questo Marx e Nietzsche si batterono ferocemente contro gli ideali. La filosofia è la chiave della completezza, solo tramite questo percorso si potrà arrivare facilmente alla completezza dell’essere. Imparando a ragionare, ciascuno a modo proprio, e quindi recependo(ognuno in modo proprio, in quanto il messaggio originale non arriverà mai completo, ma solo in scaglie, perché ognuno recepisce soprattutto ciò che gli fa comodo o comunque ciò che lo riguarda) un suggerimento per vivere aspirando alla completezza. È sempre il solito discorso, in tutti i capitoli, ma va fatto. La filosofia come percorso di vita per arrivare al compimento della nostra volontà, perché c’è della filosofia in tutto, è il modo di fare che cambia, non il risultato, ma è proprio il mezzo che conta e che è influenzato dalla filosofia, il fine è sempre identico.

 

La società che sogno

Dopo queste premesse mi sembra giusto concludere mostrando la mia speranza per l’umanità.

Io credo e lotto fermamente per creare un mondo in cui tutti abbiano le stesse possibilità di sviluppare il proprio talento, unica strada per giungere alla completezza. Avere le stesse possibilità significa non avere limitazioni di sorta, siano esse di fede, finanziarie o di tempo utile allo sviluppo personale. Quello che sto dicendo è che insomma le nostre strade non debbono avere limitazione alcuna nella possibilità di snodarsi verso la perfezione, ma appunto perché non debbano avere limiti non debbono essere intralciate con prepotenza da altri esseri viventi.

Insomma, sempre partendo con le stesse possibilità, una persona non deve per forza sostenerne un’altra, avendo la completa libertà di sviluppare il proprio talento e la propria strada chiunque non fosse in grado di farlo, cioè non volesse farlo, perché non incapperebbe in limitazione esterna alcuna, è un debole, anzi, non merita di vivere. Questo non è in nessun modo da intendersi come nazismo, liberismo o che so io, semplicemente il punto in cui io divergo dai comunisti, e con comunisti intendo sia statalisti che anarchici, è che il parassita debba essere eliminato sempre, e non solo durante la rivoluzione. Il punto fondamentale del disaccordo è la santificazione del popolo, sembrerebbe che con l’abbattimento della borghesia il mondo sia finalmente libero dai parassiti, non è per niente vero! Non si può generalizzare santificando il popolo e demonizzando la borghesia, perché in questo modo non si creerebbe che una nuova religione, una nuova fede, nel popolo e non in Dio, ma sempre di fede si tratta, e sappiamo bene la nocività di una fede per la ricerca della completezza. Per concludere cercando di spiegarmi al meglio: un mondo in cui tutti abbiano le stesse possibilità, e chi non le sfrutti soccomba solo, come giusto, in quanto è sua propria la decisione di non sviluppare il proprio talento nella strada che porta al completamento della volontà, e quindi è una scelta che si auto-impone di morire, di non essere più. Mi si potrebbe dire che allora io sia favorevole al suicidio al giorno d’oggi: io non sono mai favorevole alla violenza su un essere vivente, in quanto imposizione estranea allo stesso che gli impone forzatamente un cambio di strada, inoltre, e questo è il perno della mia distanza da nazismo e liberismo, oggi non si hanno possibilità uguali per tutti, ossia al giorno d’oggi siamo vittime, consapevoli o meno, di continue interferenze, non contatti, che arricchiscono, ma interferenze, ossia siamo vittime di fedi e imposizioni che non ci permettono di sviluppare la nostra vita in completa libertà, ma proprio per questo anche la decisione della morte ci è imposta e non è una nostra decisione presa in completa consapevolezza(meritando quindi di essere ascoltata e accettata), come lo sarebbe invece nel mondo che io sogno.

 

Critiche alla mia visione


Una delle poche critiche che vedo possibile muovere alla mia visione è: ma se neghi l’oggettività, come mai tutti noi dovremmo aspirare alla completezza?

Beh, mi sembra una critica ragionata, ma non solida.

Infatti quello che sostengo è che il fine è uguale per tutti, non la partenza né il mezzo, che sono la nostra vita, e quindi la nostra realtà. Quello che conta è il viaggio, non la meta.

 

La seconda è: ma se tutte le nostre vite sono delle strade tese alla completezza, non siamo forse simili, non è quindi instaurata un’obbiettività? La risposta alla prima calza pienamente alla seconda. Non è il cos’è la nostra vita in senso generale che ci fa evolvere, ma il come la si vive, e cioè in maniera soggettiva.

 

Un’ultima obbiezione potrebbe essere: ma se combatti gli ideali, non rischi che con questa tua ricetta di un mondo libero si crei una nuova fede? Questo è il rischio che corro cercando di spargere la mia verità, ma ne pongo anche un freno subito, dicendo di non credere ciecamente in un’ideale, perché acceca e ci fa distorcere la realtà, inoltre consiglio di studiare filosofia, e quindi non solo i miei testi, perché solo in questo modo possiamo smettere di credere e cominciare a ragionare.

 

 

 

 

 

6-7 novembre  2006

Mosè Cometta “mosi” 

Devoggio

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martedì, 07 novembre 2006

scommessa con leo

Nietzsche e Leo

 

Questo testo è nato come scommessa mia con Leo, che non mi crede ancora alla portata di analizzare e difendere con parole mie un filosofo letto velocemente. Mi ha lanciato la sfida dicendo: dimostrami che Nietzsche non è pessimista. È quello che ho cercato di fare, in treo ore. I risultati li potrete vedere da soli.                                                                                                                               mosi

 

 

Vorrei rubare cinque minuti del vostro prezioso tempo, rubandolo alle attività tipiche dei décadent di questa era, per illustrarvi i fondamenti dell’opera di Nietzsche riassunti in Ecce Homo, come si diventa ciò che si è.

 

Innanzitutto bisogna sottolineare la particolarità di Nietzsche, la difficoltà della sua lettura, la complessità dei suoi ragionamenti, difficoltà che non raramente ha portato a fraintendimenti e incomprensioni sul significato stesso dell’opera di questo grande filosofo, infatti, non sono in pochi ad affermare che Nietzsche sia un filosofo pessimista, oppure che sia un precursore e ispiratore del nazifascismo.

Queste tesi non hanno in realtà nessun fondamento con gli scritti di Nietzsche, anzi, spesso sono frutto di una manipolazione degli stessi da parte della sorella, di ideologia fascista e nazionalista.

 

Ma procediamo con ordine, il filosofo pessimista, perché non possiamo accettare una definizione così naif di questo autore.

Le tesi che possono indurre a questo errori sono per esempio una lettura superficiale del passaggio: - Ogni volta che una sciocchezza viene commessa contro di me, io mi proibisco qualsiasi rappresaglia, la ritorsione, intesa a modo mio, consiste nel ribattere alla stupidità, il più presto possibile, con un segno di intelligenza.-

- Il malato ha un solo grande rimedio da opporre, io lo chiamo fatalismo russo, un fatalismo senza rivolta, quello del soldato russo che finisce per buttarsi nella neve, quando la guerra diventa troppo dura per lui.

Si fonda su una diminuzione del metabolismo, su una volontà di letargo.

Poiché ci si consumerebbe troppo presto se si reagisse, non si reagisce più.

Nulla fa bruciare tanto rapidamente quanto le passioni del ressentiment. La furia è sicuramente la maniera più dannosa di reagire per chi non ha più forze.

Per il malato il ressentiment è la cosa proibita, il suo male.

Quando si tratta di nature forti,(il ressentiment) è un sentimento superfluo.-

Leggendo le prime parti dei ritagli saremmo portati a vedere questo pensatore come un nichilista, un pessimista. L’unico rimedio è il fatalismo, io non mi oppongo ad ogni attacco stupido che ricevo, ma, continuando a leggere possiamo notare come questo abbia una giustificazione, come il non reagire sotto effetto del ressentiment non possa che giovare, infatti una reazione passionale, l’ “occhio per occhio”, non può portarci che a commettere azioni che ci consumano molta energia e, oltretutto, stupide, in quanto non dettate da uno stato di pace interiore e ragionamento. Questo non farebbe nient’altro che alimentare il circolo vizioso, l’inimicizia si combatte solo con amicizia, non con altra inimicizia, scrive ancora Nietzsche. La parvenza di pessimismo in questi due paragrafi non è altro che il frutto di una lettura superficiale, quindi, in quanto in realtà questo modo di comportarsi è definito da un profondo amore per sé stessi, e quindi, dal non ritenersi stupidi e non voler consumarsi inutilmente, ma, anzi, dimostrare la propria superiorità e vincere il confronto su tutti i campi.

Altri passaggi relativamente problematici potrebbero essere quelli relativi all’accettazione dei sentimenti e degli stati d’animo che in generale hanno connotazione negativa, ad esempio il terrore.

Anche questo è facilmente esplicabile con una metafora.

La nostra vita, intesa come vita media di un décadent di oggi, è una vita passata nella penombra, è quindi chiaro che un’ulteriore ispessimento dell’ombra causerebbe solamente freddo, per cui noi cerchiamo di evitare il più possibile l’ombra scura, cioè appunto le cose problematiche dell’esistenza. A differenza di noi invece, Nietzsche afferma di essere totalmente al sole e che quindi, per non scottarsi, abbia necessariamente bisogno dell’ombra.

La frase che meglio riassume questo concetto fondamentale sul quale ruota tutto il pensiero del filosofo è: -Non c’è nulla da togliere da ciò che è.-

Questa frase spiega, nello spazio di mezza riga, la critica agli ultimi duemila anni di civiltà e la poca considerazione che Nietzsche aveva dei suoi contemporanei, considerazione che scenderebbe ancora più in basso nei nostri confronti.

Quello che cerca di spiegarci il filosofo è semplice: dato che abbiamo solo questa vita, cerchiamo di viverla completamente, cerchiamo cioè, di prendere il meglio di tutte le situazioni, il meglio è tutto ciò che ci può far crescere dentro, che ci può temprare, e quindi, palesemente, anche le situazioni negative. Infatti -La realtà che non è certo fatta per suscitare continuamente istinti benevoli.-

Ancora una volta non possiamo che stupirci dell’acume di quest uomo, della sua saggezza.

Altro passaggio:- Considerare tutte le crisi in genere come un’obiezione, come qualcosa che bisogna eliminare, è la naiserie par excellence, nel complesso, una vera disgrazia nelle sue conseguenze, un destino di sciocchezza, di tale sciocchezza quasi come lo sarebbe la volontà di eliminare il maltempo, magari per compassione per la povera gente…-

Gli stati d’animo peggiori, le depressioni, non sono che uno strumento di crescita, di misura della nostra durezza, di miglioramento, compito dell’uomo non è quello di evitarle, cosa del tutto impossibile e oltretutto dannosa per noi, perché in tal modo non avremmo la possibilità di capire noi stessi, di vederci in maniera del tutto differente, il passare dall’altra parte della barricata, analizzarci da tristi e da contenti per avere un quadro generale del nostro io, usare le depressioni stesse come mezzo creativo, come ispirazione per scrivere, come metodo per esprimerci.

Da un altro passaggio possiamo rivelare queste verità: - Prendere atto che tutti diventino “uomini buoni” significa togliere all’esistenza quella grandezza che è suo carattere, castrare l’umanità e ridurla a misera cineseria. È proprio questo che si è tentato di fare! Proprio questo è stato chiamato morale…

I buoni infatti non sono capaci di creare: essi immolano a se stessi l’avvenire. I buoni, costoro furono sempre il principio della fine.-

I buoni, le persone considerate da esempio, non sono altro che i mostri peggiori, il rifiuto peggiore della natura umana, incapaci infatti di essere completi, capaci solamente a corrompere sé stessi e coloro che li circondano trasformandoli in mezzi uomini, décadent.

La nostra visione del mondo è stata attaccata, giorno per giorno, da coloro che non riuscivano ad essere completi, perché non riuscivano ad accettare come buone le cose problematiche dell’esistenza, i sacerdoti (iniziamo qui la lunga polemica di Nietzsche contro il cristianesimo, ritenuto dal filosofo il potere corruttore per antonomasia), che nutrivano un grande risentimento per ciò che è vita. Ritorna quindi il tema del ressentiment, il fatto che un sacerdote sia malato e debole, in quanto incapace di godersi la vita, è peggiorato dal fatto che costui non cerchi di guarire, ma, anzi, cerchi di infettare tutta la realtà, di trasformarla, di confinare i sani, i forti, mettendoli alla gogna come diabolici, egoisti, maligni. È questa l’origine della nostra corruzione, iniziata da Socrate e giunta al suo apice col cristianesimo.

Infatti Nietzsche si sofferma anche sui cardini di questa ideologia.

Ma prima di parlare di cristianesimo apriamo una breve parentesi sull’ideologia, considerata dal filosofo come una benda sugli occhi, una lente che distorce la realtà e la rende più semplice.

- L’errore (la fede nell’ideale) non è cecità, l’errore è viltà.-

Ritornano i soliti temi: la paura della vita, il non voler guarire, il ressentiment, e quindi la creazione di una realtà distorta per mezzo di una lente che analizza tutto secondo dei parametri di gente malata, dei parametri quindi dannosi, infetti, che giudicano migliore il distorto dal normale, dal naturale. Nasce quindi il cristianesimo.

-La psicologia del cristianesimo: la nascita del cristianesimo dallo spirito del ressentiment, non, come in genere si vuol credere, dallo “spirito”, un movimento di rivalsa  nella sua essenza, la grande rivolta contro il dominio dei valori aristocratici -aristocratici qui è da intendere come valori vitali, atti a preservare la vita, e quindi nobili per l’esistenza dell’uomo-. La psicologia della coscienza: quest’ultima non è, come si vuol credere, “la voce di Dio nell’uomo”, è l’istinto della crudeltà che si volge all’interno appena non può più scaricarsi all’esterno.-

- La compassione è chiamata virtù solo fra i decadents.

La compassione, come ultimo peccato, vuole assalirlo di sorpresa, vuole sottrarlo a se stesso.-

Un valore cristiano, l’amore per il prossimo, non è altro che una bufala, una degenerazione, che tenta di impossessarsi del malcapitato per fargli compiere azioni contronatura, rendendo quindi il suo comportamento un comportamento contro la vita e i suoi principi.

-“Ora vado da solo, discepoli miei! Anche voi andatevene da soli! Così io voglio.

Andate via da me e guardatevi da Zarathustra! Ancora meglio: vergognatevi di lui! Forse vi ha ingannato. L’uomo della conoscenza non soltanto deve saper amare i suoi nemici, ma deve anche saper odiare i suoi amici.

Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari. E perché non volete sfrondare la mia corona? Voi mi venerate; ma che avverrà, se un giorno la vostra venerazione crollerà? Badate che una statua non vi schiacci!”-  un’altra polemica sull’ideologia, un mettere in evidenza l’assurdità della fede, che sia a un’ideale o a una religione poco importa; in ogni caso si è portati a distorcere la realtà per poterla vedere come si vuole, in base alle proprie idee, in modo da poter etichettare tutto, buoni e cattivi, belli e brutti. Una lettura della realtà dettata dalla paura e dalla convenienza, in termini di sicurezza, che ci dà il farci seguaci di qualcuno, il delegare a lui la nostra esistenza, il senso stesso della nostra vita, il poterci comportare come ci dice lui, senza dover pensare. Chi pensa non può che essere anti-ideologista, immoralista.

- I moralisti superano se stessi diventando il loro opposto.-

Passiamo ora ad una critica specifica al cristianesimo, in quanto morale e quindi corruttore di esistenze, per poi concludere con il fatto che non possiamo ritenere Nietzsche un pessimista.

- La contronatura stessa ha avuto gli onori supremi in quanto morale e ha continuato a pesare sull’umanità, sotto specie di legge, di imperativo categorico!

Sbagliarsi fino a questo punto, e non un singolo, non un popolo, ma l’umanità! Che si sia imparato a disprezzare gli istinti primari della vita; che si sia finta l’esistenza di un’“anima”, di uno “spirito”, per fare andare in rovina il corpo; che si sia imparato a considerare come qualcosa di impuro ciò che è il presupposto della vita, la sessualità; che si sia andati a cercare il principio del male nella profondissima necessità del crescere, nel rigoroso egoismo.

La morale della rinuncia a sé è la morale della rovina par excellence, il fatto “io perisco” tradotto nell’imperativo: “dovete tutti morire!” e non solo nell’imperativo! Questa morale tradisce una volontà della fine, nega la vita nel suo ultimo fondamento. A questo punto resterebbe aperta una possibilità, che la degenerazione non sia dell’umanità tutta, ma solo di quella specie di uomini parassitari, i sacerdoti, che seppero vedere nella morale cristiana un mezzo per la loro potenza…

Erano tutti dei décadents: perciò la morale… Definizione della morale: morale – l’idiosincrasia di alcuni décadents, che hanno la mira segreta di vendicarsi della vita.

Morale come vampirismo…

Chi scopre la morale scopre anche il non valore di tutti i valori nei quali si crede o si è creduto; nei tipi umani più venerati o addirittura santificati, quegli non vede più nulla di venerabile, vede la più fatale specie di mostri, fatali, perché hanno saputo affascinare… il concetto di “Dio” inventato in opposizione alla vita, tutto ciò che è dannoso, venefico, calunnioso, mortalmente ostile alla vita vi è raccolto in una terrificante unità! Il concetto di “al di là”, di “mondo vero” inventati per svalutare l’unico mondo che esista, per non lasciare alla nostra realtà sulla terra alcun fine.

Il concetto di “anima immortale”, inventato per spregiare il corpo, per renderlo malato, santo, per opporre una orribile incuria a tutte le cose che meritano di essere trattate con serietà nella vita, i problemi della alimentazione, dell’abitare, della dieta spirituale, della cura dei malati, della pulizia, del tempo che fa!

Il concetto di “peccato” inventato insieme con gli opportuni strumenti di tortura, insieme col concetto di “libero arbitrio”, per confondere gli istinti e fare una seconda natura della diffidenza per gli istinti!

Il concetto di “disinteresse”, “rinnegamento di sé” che è il vero segno distintivo della décadence. Nel concetto dell’“uomo buono”si è preso il partito di tutto ciò che è debole, malato, malriuscito, sofferente di sé stesso, di tutto ciò che deve perire.-

Vediamo quindi un’ulteriore prova di quanto affermato in precedenza, il fatto che l’egoismo, inteso come cura di sé stesso, stia alla base della vita, perché solo essendo in salute (e sennò ritornando in salute, tramite il fatalismo russo ed evitando il ressentiment),sia fisica che spirituale, possiamo interagire con il mondo che ci circonda. Amando, scrivendo, distruggendo, costruendo. Perché solo accettando tutte le fasi, allegre e depressive, possiamo essere completi e quindi creare cose complete, storie d’amore complete, opere concrete, solo essendo completi possiamo ragionare correttamente, anzi, solo essendo in salute possiamo ragionare. Ma essere in salute non si intende come essere allegri!

-La morale ha falsato alla radice tutti gli psychologica, li ha ridotti a moralità, fino a quell’orribile assurdità, che l’amore debba essere qualcosa di “non egoistico”… Bisogna essere ben fermi in se stessi, bisogna poggiare valorosamente sulle proprie gambe, altrimenti non si può amare.-

 

Il cristianesimo è dunque esaminato come summa di tutti i mali, come ideologia, che prevede inoltre l’abbandono di tutti gli istinti vitali, il trascurare, anzi, l’abbruttire il corpo, e quindi, la mente. Mens insana in corpore insano. E come tale è combattuto, freddamente, senza lasciare spazio a ressentiment o qualsiasi implicazione personale, come degenerazione dell’umanità, quindi da eliminare. In un paragrafo Nietzsche arriva a paragonarsi a un chirurgo che, trovata la degenerazione, non esita ad amputarla, perché solo in questo modo si potrà preservare la salute dell’organismo, che in caso opposto si sarebbe infettato.

 

Riassumendo: l’accettazione della realtà tutta, senza eccezione alcuna, può portare l’uomo verso la perfezione. Non il perseguimento di un ideale, che come tale è accecante, un esempio su tutti il cristianesimo.

 

È in questo senso che si deve intendere Nietzsche: coloro che soffrono e si avvalgono del ressentiment per combattere la vita non sono che degenerazioni e devono perire, devono rimanere solo gli individui pronti ad accogliere la vita nella sua grandezza. È su questo aspetto che si è creata l’immagine di un Nietzsche fascista e razzista, con la presunzione che l’apertura alla vita sia affine solo a una determinata etnia, ma proprio perché anticlericale, immoralista, e soprattutto anti-idealista è impossibile asserire tali assurdità di presunto fascismo o razzismo, essendo (soprattutto il secondo) una cosa totalmente irrazionale. Anzi, questa critica alle degenerazioni deboli è una critica soprattutto ai sacerdoti, e quindi al mondo clericale di quegli anni, alla décadence della società, possiamo dunque notare una forte critica alla società contemporanea al filosofo, una critica che è diretta soprattutto ai vertici di questa società e che ne hanno corrotto la base, i sacerdoti.

- Ormai non c’è più nulla che ci possa saziare! Come potremmo noi, dopo un simile spettacolo e con una tale voracità di conoscere e di sapere, accontentarci dell’uomo di oggi?-

 

In conclusione: il fatto che lui stesso si definisca non pessimista, ma, anzi, l’antipodo.

- Il sì alla vita anche nei suoi problemi più oscuri e avversi, questo io chiamo dionisiaco.

Non per svincolarsi dal terrore e dalla pietà, bensì perché, al di là di terrore e pietà, siamo noi stessi la gioia eterna del divenire, quella gioia che comprende in sé anche la gioia nell’annientare…

In quel senso io ho il diritto di considerarmi il primo filosofo tragico, e cioè l’estrema antitesi e l’antipodo di un filosofo pessimista.-

Queste frasi sono talmente esplicite che non credo abbiano bisogno di parafrasi, la completezza della vita, solito tema che genera le solite incomprensioni, ma che con queste sue parole dovrebbe avere una definitiva chiarezza.

 

Comprendete meglio di me la grandezza di questo filosofo, che è dunque facilmente interpretabile in modo errato a causa della grande distanza che ci separa.

 

Devoggio, notte 26.ottobre.2006

mosi


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martedì, 24 ottobre 2006

omaggio a nietzsche

Lettera all’amante morto e mai vissuto

in umile omaggio a Nietzsche

 

Io, la meretrice

Io che considero il mio corpo al pari dei giorni di libertà che tu sacrifichi

e, al pari, lo vendo per trenta denari.

Io che offrivo il mio viso ai tuoi schiaffi

nelle tue sere di rabbia

sorridendo

che le notti, sui viali,

mi toglievo le ali e guadagnavo il pane

guadagnavo

e più mi maltrattavano, più erano vecchi e malandati i miei clienti

meno mi davano, illusi,

più io ci guadagnavo.

Ti guardo, ora, dormire nella bara, non esser più, dice il prete, no.

Tu non sei mai stato

Sei finito, al pari di una tua giornata, senza esser mai iniziato.

Mi sei stato maestro, tu, un maestro da non seguire, in niente.

Hai sempre schivato lo scontro, l’anima riempita di belle parole, e andavi in giro convinto che il buio fosse l’opposto della luce, la sconfitta della vittoria,

camminavi per strada protetto da tutte le cose buone che ti circondavano,

la tua strada, sulla quale evitavi tutte le pozzanghere fangose,

non ti sei mai accorto di essere tu stesso una pozzanghera fangosa, o peggio.

La tua strada dritta, corta, uguale

morta, come te, da sempre.

Tu, come gli altri, convinti che la parte scura della luna sia da evitare,

sia in perenne scontro con quella luminosa.

Non avete mai capito un granché, niente, mai nemmeno una volta vi ha sfiorato il dubbio che la luna esista perché esistono tutte e due le sue parti, e che quella luminosa è incompleta e piccola senza quella scura.

Non abbracciasti mai la tristezza, non respirasti mai a pieni polmoni l’aria della sconfitta, dell’inferiorità, eri troppo pieno di vendetta, troppo occupato a schivare le pozzanghere per accorgerti che la tua strada terminava senza iniziare, che la felicità da sola non è una vita, non dona vita,

troppo assorto a separare il buono dal cattivo, rompendo ogni cosa a metà e gettandone una lontano da te, per renderti conto che così facendo quelle che avevi in mano erano cose incomplete, inutili, dannose.

Io le raccattai, tutte le metà scartate dalla gente, gettate nei campi a marcire, le strinsi forte al seno, con amore, e, finalmente, la mia vita divenne vita, intera, piena.

 

23 ottobre 2006

 

Devoggio

mosi


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